Rileggendo Huntington

Samuel P. Huntintgton – The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order – Simon & Schuster UK Ltd, 1997 – seconda edizione 2002

Huntington scrisse questo libro nel 1996, esso divenne molto popolare dopo gli attentati di settembre 2001 e da allora è stato soggetto ad interpretazioni spesso distorte, giungendo a sostenere che Huntington fosse un fautore dello scontro di civiltà di cui egli si limitava a prevedere la possibilità: d’altra parte, non è fingendo che i problemi non esistano che se ne evitano le conseguenze.

A distanza un quarto di secolo dalla sua prima pubblicazione, è un libro da rileggere e da confrontare con gli eventi e le evoluzioni dei venti anni da allora trascorsi.

L’argomento centrale del libro è che la cultura e l’identità culturale, che al massimo livello di integrazione costituiscono una civiltà, stanno definendo le coesioni ed i conflitti nel mondo uscito dalla guerra fredda. Il libro è articolato in cinque parti, ognuna delle quali elabora un argomento particolare descritti nel primo capitolo:

  1. per la prima volta nella storia, la geopolitica e multipolare e multi-civiltà, la modernizzazione è distinta dall’occidentalizzazione e non sta producendo alcuna civiltà universale
  2. l’equilibrio di potenza sta mutando a sfavore dell’Occidente
  3. sta emergendo un ordine mondiale fondato sulle diverse forme di civiltà
  4. la pretesa universalista della civiltà occidentale si scontra con le altre civiltà
  5. la sopravvivenza della civiltà occidentale è legata dalla conferma dell’appartenenza americana nonché all’accettazione di non essere la civiltà universale

Si è passati dal sistema unipolare del 1920 (occidente e resto del mondo) al sistema bipolare del secondo dopoguerra (mondo libero, mondo comunista, non allineati) ad un sistema multipolare articolato su molteplici civiltà.

Le civiltà non sono eterne, ma durano a lungo e comunque più degli stati, delle nazioni e degli imperi e sono entità culturali e non politiche, pertanto possono contenere più entità politiche di diversa natura.

Si possono pertanto identificare le principali civiltà contemporanee, ognuna definita da una diversa religione (Dawson, Weber) e da una lingua dominante:

  1. Sinica, che comprende la Cina e le civiltà dell’estremo oriente ad essa correlate
  2. Giapponese, unica civiltà coincidente con un unico stato
  3. Hindu
  4. Islamica, articolata in diverse culture
  5. Occidentale, erede della medievale Cristianità (occidentale), articolata nelle sue componenti europea, nord-americana e secondo alcuni latino-americana, include inoltre altre componenti non europee (Australia, nuova Zelanda, etc.)
  6. Latino americana, se considerata indipendente dalla precedente
  7. Cristianità ortodossa
  8. Africana, non del tutto definita

Questa impostazione di Huntington è congruente con l’abitudine europea, iniziata nel XVI secolo, di riconoscere il titolo di imperatore al più importante sovrano di ogni area religiosa. Si ebbero pertanto

  1. il Sacro Romano Impero, erede dell’Impero Romano d’Occidente, per l’area religiosa cristiana cattolica
  2. l’Impero Russo, erede dell’Impero Romano d’Oriente, per l’area religiosa cristiana ortodossa
  3. l’Impero Ottomano per l’area religiosa islamica sunnita
  4. l’Impero Persiano per l’area religiosa islamica sciita
  5. il Re dei Re d’Etiopia per l’area religiosa cristiana copta
  6. il Gran Mogul per l’area religiosa induista (ancorché si trattasse di un sovrano sunnita, tuttavia la maggioranza dei sudditi era induista)
  7. il Khan dei Mongoli o il Sovrano della Cina per l’area religiosa corrispondente all’Estremo Oriente
  8. il Tenno per l’area religiosa corrispondente al Giappone e di fatto con esso coincidente

Questa consuetudine venne meno nel XIX secolo, quando nell’area cattolica fu abolito il Sacro Romano Impero (1806) e furono riconosciuti tre titoli imperiali (Austria, Francia e poi Germania).

Andando avanti nel libro, l’autore si pone alcune domande, in particolare nel terzo capitolo analizza la possibilità di una civilizzazione universale, di cui fornisce tre possibili interpretazioni

  1.  Universalità basata sui valori condivisi, interpretazione profonda ed importante ma irrilevante dal punto di vista di una civiltà universale, in quanto si tratta solo di un limitato numero di criteri prevalentemente di ordine etico che, pur essendo comuni a tutta l’umanità, hanno permesso la nascita di civiltà ed entità culturali diverse ed in contrasto fra loro
  2. Universalità basata su quanto hanno in comune le “società civilizzate” e che le differenzia dai primitivi e dai barbari (interpretazione del XIX secolo), si tratta di un’idea di civiltà che ha avuto una grande espansione nella storia.
  3. Universalità modernizzata ed occidentalizzata, che l’autore definisce “Cultura di Davos”, analizza cioè quella che era la grande illusione degli anni ’90 ed è, purtroppo, la grande delusione dell’ultimo decennio. Questa idea, nata appunto al World Economic Forum di Davos, si fonda su presupposti tipici delle società occidentali: individualismo, economia di mercato, democrazia. Tuttavia, si tratta di una cultura che, secondo le stime dell’autore (1996) al di fuori della civiltà occidentale è condivisa solo dall’1% della popolazione e solo in alcune élites,   
  4. Universalità basata sull’espansione dei modelli di consumo occidentali, fortemente aiutata dallo sviluppo delle comunicazioni (ciò è ancora più vero oggi) che nella maggior parte dei casi si limitano all’intrattenimento ma non modificano i modelli culturali

Una civiltà universale potrebbe emergere solo in presenza di una lingua universale e di una religione universale: anche se a prima vista si potrebbe pensare alla lingua inglese, tuttavia la percentuale di anglofoni che era del 9.8% nel 1958 era scesa al 7.6% nel 1992, una lingua straniera per oltre il 90% della popolazione mondiale non può essere la lingua di una civiltà universale ma solo un utile mezzo di comunicazione. Nello stesso periodo, l’incidenza della lingua araba è cresciuta dal 2.7 al 3.5%, quella dello spagnolo dal 5.0 al 6.1% mentre quella del cinese mandarino è scesa dal 15.6 al 15.2% (sarebbe interessante un confronto con i dati odierni)

Nello stesso modo, non è prevedibile la nascita di una religione universale, nel medio termine è probabile che l’Islam supererà il Cristianesimo per motivi demografici ma non diventerà una religione universale (in aggiunta alle considerazioni dell’autore, notiamo la civiltà occidentale sta tentando di superare il problema introducendo nuove religioni come l’ateismo ed il “climatismo”, il cui unico risultato è stato di indebolire ulteriormente il cristianesimo)

In definitiva si può dire che il concetto di civiltà universale altro non è se non un prodotto della civiltà occidentale, sviluppatosi a partire dal XIX secolo. La modernizzazione è un impulso rivoluzionario, ma nulla ci autorizza a pensare che un mondo in cui tutte le società godano di un equiparabile livello di modernità non possa coesistere con differenti civiltà.

L’essenza della civiltà occidentale si può riassumere nei seguenti punti:

  • Eredità classica
  • Cristianesimo (cattolico e protestante)
  • Sistema linguistico coerente
  • Separazione di potere temporale e spirituale
  • Centralità del diritto e della legge
  • Pluralità sociale
  • Organismi rappresentativi
  • Individualismo, diritti e libertà individuali

La seconda parte, ricca di dati quantitativi, prende in esame come l’equilibrio fra le varie civiltà si stia modificando: la civiltà occidentale, ancora dominante ma in declino, in cui la potenza dominante restano gli Stati Uniti d’America. Le caratteristiche del declino sono la lentezza, esso è iniziato nel XX secolo (si potrebbe dire con la prima guerra mondiale) e procede secondo una curva ad S invertita in maniera irregolare, con pause e momenti di ripresa. Oltre che a cause endogene, il declino è dovuto alla rinascita di altre culture non occidentali ed al rinnovato vigore dei movimenti religiosi.

Le sfide che la civiltà occidentale si trova ad affrontare sono di natura economica, culturale e religiosa e demografica.

Nella terza parte si analizzano quali siano i criteri in base ai quali si potrà riconfigurare il ruolo delle varie civiltà dopo la fine dei due blocchi della guerra fredda: il raggruppamento fra popoli e nazioni con culture simili con una maggiore identificazione fra frontiere politiche, etniche e religiose che pone il problema delle multiple identità a livello di persona, tribù, razza e civiltà e con il possibile contributo positivo della cultura e della cooperazione economica. Attualmente la civiltà nipponica si identifica con un solo stato, le civiltà cinese, hindu ed ortodossa hanno uno stato dominante che non è identificabile nella civiltà islamica.

In gran parte delle civiltà si può identificare uno stato dominante e stati aderenti in una sorta di cerchi concentrici (modello nucleo – alone), la mancanza di uno stato guida nelle civiltà islamica ed africana è fonte di problemi (oggi possiamo affermare che Huntington aveva visto giusto). In particolare, la civiltà islamica è definita come dotata di forte identità ma scarsa coesione, facendo notare la diversa articolazione del sentimento di lealtà: immaginando un diagramma in cui si pongano in ascisse i vari raggruppamenti antropologici (famiglia, clan, tribù, nazione/stato, civiltà) ed in ordinate un indicatore della lealtà, la civiltà occidentale presenta una curva con concavità verso il basso ed il suo massimo in corrispondenza della stato/nazione mentre la civiltà islamica presenta una curva con concavità verso l’alto con il minimo in corrispondenza dello stato: la mancanza di uno stato guida è causa dell’insorgere di conflitti esterni ed interni,

La quarta parte analizza la possibilità che si verifichino scontri di civiltà lungo le principali linee di conflitto. Esiste un problema millenario fra civiltà occidentale e civiltà islamica ed un altro fra civiltà occidentale e civiltà a guida cinese, tuttavia non è prevedibile un’alleanza fra queste due civiltà contro l’occidente, la civiltà latino-americana, pur avendo contrasti con gli Stati Uniti, ha un parziale legame con la civiltà occidentale mentre dovranno essere ridefinito il rapporto fra civiltà occidentale e civiltà orientale (cioè con la Russia). I conflitti futuri potranno avvenire lungo le “linee di faglia” fra le varie civiltà, grande importanza avranno le tendenze demografiche-

Nella quinta parte l’autore tenta di rispondere alla domanda sul futuro delle civiltà ed in particolare si chiede se sia possibile invertire il declino della civiltà occidentale, che in base alle ipotesi di Quigley è destinata a scomparire verso il XXV secolo. Huntington non propone una risposta definitiva a questa domanda, ma non ne esclude la possibilità. Oltre al declino economico e demografico, ulteriori sintomi di declino sono il declino morale, il suicidio culturale e la mancanza di unità d’intenti in politica, oltre alle sfide provenienti da gruppi interni alla stessa civiltà occidentale.

La possibilità di rinascita della civiltà occidentale è legata al superamento di questi problemi nonché del rischio, di cui il libro analizza la possibilità, che la civiltà occidentale si divida in un filone europeo ed un filone americano, divisione le cui conseguenza sarebbero esiziali.

La convinzione che le altre civiltà dovrebbero adottare il modo di vivere occidentale è immorale e pericolosa tuttavia è interesse comune mantenere in vita la civiltà occidentale ed i suoi particolari valori che hanno reso possibile l’invenzione della modernità anche dopo che essa avrà perso il predominio geopolitico.

Il risultato potrebbe essere ottenuto con una maggiore coesione politica, economica e militare, incorporando nella NATO i paesi dell’Europa Orientale (nel 2020 ciò è già avvenuto in buona parte), incoraggiare l’occidentalizzazione dell’America Latina,  frenare lo sviluppo militare delle civiltà islamica e sinica, attrarre il Giappone verso l’occidente, accettare la Russia come  stato guida della civiltà ortodossa, mantenere il predominio economico e militare e non intervenire negli affari delle altre civiltà in quanto ciò costituisce fonte di instabilità (nel 2020 possiamo dire che ce ne siamo accorti).

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