Intermezzo per il tempo di epidemia

La navicella lignea era quasi vuota, le persone si tenevano ben lontane l’una dall’altra, in piedi, appoggiandosi alle pareti, per paura del pestifero e contagioso morbo. Si guardavano l’un l’altra con diffidenza, talora financo con una punta d’odio, come se ognuno potesse essere apportatore del mortifero contagio.
V’aveano nella navicella due damigelle incaricate di assistere i viandanti: elleno indossavano una palandrana cerata di colore negro ed aveano a copertura del volto una maschera che le rendea simili ad augelli.
I ventiquattro pterosauri cui la navicella era legata iniziarono il volo, e la navicella si sollevò da terra.
Dopo alcune ore di volo, si udì un urlo: un frenetico si alzò dal suo sgabello urlando, tossendo e vomitando mentre da ogni orifizio della pelle usciva un sudore sanguinolento che emanava un terribile fetore. Ovunque nella navicella si sentivano urla di terrore e di raccapriccio.
Le due damigelle, avvolte nelle loro nere palandrane e con la maschera che le rendea simili ad augelli, afferrarono con determinazione il frenetico che invano si dibattea e, slegate le corde che tenevano chiuso il portellone, lo lanciarono urlante nel vuoto.
Gli astanti sospirarono per il sollievo: forse anche questa volta avrebbero evitato il contagio.

(ho scritto questo intermezzo in aereo, era il 25 febbraio e dopo qualche giorno l’Italia avrebbe chiuso tutto, a parte il frenetico e le assistenti di volo vestite come il medico della peste, il resto era proprio così – Gianluca di Castri)