Lucia Mondella

Ho studiato i Promessi Sposi, come tutti i miei coetanei che affrontavano il percorso di studi classici, in quinta ginnasiale. Fui interrogato un giorno, l’insegnante era la prof. Alina Bernardi, che ricordo ancora.

L’interrogazione iniziò con “Parlami di Lucia” ed io esordii dicendo “Lucia….non era bella”.

L’insegnante fece una faccia strana, ed io le spiegai perché è presi anche un bel voto. Molti anni dopo, ebbi modo di riprendere l’argomento con un amico che conosceva bene il testo e, come me, lo aveva letto e riletto più volte: non ci trovammo mai d’accordo su questo punto, tuttavia.

Per quelli della mia generazione, l’immagine di Lucia è quella di Paola Pitagora. Tuttavia lo sceneggiato televisivo è del 1967 ed io non potevo esserne influenzato nell’anno scolastico 1961-62.

Perché dissi allora, e lo ripeto adesso, che Lucia non era bella? In realtà non lo dico io, lo dice lo stesso Alessandro Manzoni al capitolo II, usando il termine “modesta bellezza” e più sopra “modestia un po’ guerriera delle contadine”.  Anche i “lunghi e neri sopraccigli”, per di più aggrottati, non aiutano. In termini moderni ed un po’ gergali, potremmo definirla “ciospa”, parola che qualcuno su Internet ha tentato di nobilitare facendola derivare da un improbabile latino “ciosperum” di cui peraltro non v’è traccia né nel Georges-Calonghi (ediz. 1898) né nelle edizioni  più recenti

Ma torniamo a Lucia.

Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio.
I Promessi Sposi, cap. II

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