Storie di gatti

Questa è solo un’esercitazione letteraria sul tema della morte, l’idea me l’ha data la poesia a firma Melanie Nordberg che ho condiviso su Facebook un paio di giorni or sono. Chi legge può anche, se vuole, mettermi il voto, come a scuola.

Ci sono sempre piaciuti i gatti e da quando ci siamo sposati, nel 1974, ne abbiamo avuti molti: gatti di casa, i “lap cats” di cui parla la poesia, che si mettono sulle tue ginocchia quando guardi la televisione e che ti svegliano all’alba perché hanno fame. Chi ama i gatti deve abituarsi a vederli morire: il gatto vive meno di un essere umano, dei nostri i più longevi hanno raggiunto i diciotto anni. Abbiamo anche un album con tutte le loro fotografie.

L’anno scorso si è presentata nel nostro giardino una gatta randagia, le abbiamo dato nome Minerva, che nel nostro giardino ha partorito, in aprile 2018, quattro gattini di cui solo tre sono sopravvissuti: Copernico, un grosso maschio; Frida, con le sue movenze da “top model” e Giulietta, più piccola e più paurosa degli altri. L’hanno seguita i suoi due mariti, un gatto rosso che in realtà è il gatto del vicino che, da quando deve convivere con un cane ha preferito trasferirsi da noi ed Oliver, un grosso gatto tigrato, anziano, che faceva da padre ai tre gattini.

Non sono gatti di casa, non ci si può avvicinare perché scappano, non credo che conoscano i loro nomi ma riconoscono la nostra voce: sono proprio come i gatti della poesia. Portarli dal veterinario per farli sterilizzare e vaccinare è stata una battaglia.

Oliver era il più timido di tutti, non ci si poteva avvicinare meno di tre metri. Con l’arrivo dell’inverno ha cominciato ad avere difficoltà di movimento, a fare fatica a salire sul balcone dove diamo loro da mangiare, ma era impossibile prenderlo: siamo riusciti a prenderlo per portarlo dal veterinario quando ormai aveva la parte posteriore paralizzata e si muoveva solo con le zampe anteriori, e con tutto ciò riusciva a scappare: non c’era più molto da fare, gli hanno fatto un paio di iniezioni di cortisone come antiinfiammatorio ed antidolorifico ma sono servite a poco, abbiamo tentato di tenerlo in casa, al caldo, ma era diventato un gatto infelice, mangiava regolarmente ma viveva sotto al divano, terrorizzato, tentando senza riuscirci di saltare sul davanzale della finestra per andare via.

Dopo un mese, più o meno, abbiamo rinunciato e l’abbiamo lasciato uscire: è rimasto in giardino, si è rintanato prima in una casetta che avevamo messo proprio per loro e poi in un terrapieno ove poteva almeno stare all’asciutto e non essere del tutto all’aperto, gli mettevamo da mangiare vicino all’uscita del terrapieno e lui viveva lì, vicino all’uscita. Nelle belle giornate si avventurava all’aperto, senza allontanarsi, e si stendeva al sole, per qualche ora, pronto a fuggire per rifugiarsi nel suo terrapieno non appena qualcuno si fosse avvicinato. Era questa la sua vita: non era un gatto di casa.

Una sera, tre o quattro giorni or sono, ci siamo accorti che non aveva mangiato, non l’avevamo visto per tutto il giorno. Oliver era morto nel suo terrapieno: non era un gatto di casa.

Ora è sepolto in fondo al giardino, sotto l’abete, ove sono sepolti tutti i gatti di casa che ci hanno lasciato: ora è diventato un gatto di casa.

Gianluca di Castri – 18 marzo 2019

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