Riporto un’interessante discussione apparsa su QUORA
Ma no.
In Italia non c’era niente di avanzato nel XIX secolo, né al sud né al nord, ovvero se qualcosa c’era era poco rilevante nel complesso economico e sociale.
Se c’è un periodo in cui il Regno di Napoli registra un momento di sviluppo in senso moderno è probabilmente quello fra l’insediamento di Carlo di Borbone e gli anni della rivoluzione francese che videro il nascere dell’illuminismo napoletano, le prime forme embrionali di industria manifatturiera avanzata, le riforme dettate da una classe politica guidata da Bernardo Tanucci.
Ma il processo fu interrotto dagli esiti della rivoluzione in Francia e poi dal periodo napoleonico.
Un certo sviluppo economico si ebbe anche nel periodo centrale del regno di Ferdinando II, anche questo interrotto in varie fasi dagli sconvolgimenti politici che segnarono l’Italia e l’intera Europa nel periodo.
L’errore che però fanno sia i risorgimentisti che i neo-borbonici, che discutono a volte del sesso degli angeli accapigliandosi su sciocchezze, è che l’Italia intera al momento dell’unità, era una Nazione arretrata rispetto alle altre potenze europee. Tutta l’Italia, senza alcuna eccezione.
Propongo un mio vecchio scritto al proposito, presentato in convegno di studi di storia economica qualche anno fa.
Estratto dell’intervento del prof. Carlo Coppola “Analisi sulle conclusioni dello studio di storia economica degli accademici prof. Paolo Malanima e prof. Vittorio Daniele”
Atti dell’incontro di studio presso l’Università di Lecce Unisalento (Lecce, 14 settembre 2019)
Dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali
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Che le condizioni economiche generali del Regno di Napoli rispetto a quelle degli altri Stati pre-unitari italiani non fossero dissimili è stato dimostrato in molti studi di autori prestigiosi in epoca moderna, perlomeno dal punto di vista quantitativo. Il Prodotto Interno Lordo pro-capite medio del meridione italiano nel periodo è sostanzialmente identico a quello del nord Italia, persino di un qualche centesimale superiore come pregevolmente dimostrato dallo studio Daniele-Malanima di cui oggi faremo un’analisi accurata.
Ma, personalmente ritengo che il nostro discorso debba partire da un inquadramento del contesto internazionale, o meglio europeo, nel quale la situazione italiana si inseriva.
L’Italia al momento dell’unità era nel suo insieme un paese arretrato. L’aspettativa di vita alla nascita era di poco più di 30 anni. Gran parte della popolazione della penisola, al Nord come al Sud, viveva nella condizione materiale tipica di una società preindustriale, con alti tassi di natalità e alti tassi di mortalità, soprattutto infantile.
Certo all’interno della società preindustriale esistevano fasce privilegiate di popolazione agiate, ma le masse popolari, cittadine e rurali, stazionavano su livelli di vita superiori di poco, e qualche volta inferiori, a quelli della semplice sussistenza. I contadini settentrionali al momento dell’unità soffrivano di pellagra e malaria non meno di quanto i centro-meridionali fossero afflitti dalla stessa malaria o dalla tubercolosi e le condizioni alimentari delle masse rurali settentrionali non erano sicuramente migliori di quelle meridionali.
Basterebbero, a questo proposito, prendere in considerazione gli enormi flussi dell’emigrazione dalle regioni del nord Italia durante tutto l’Ottocento per capire, aldilà di statistiche e numeri, quanto le condizioni di vita di grandi masse di contadini settentrionali fossero al limite della sussistenza e spingessero all’emigrazione di massa. Emigrazione che continuerà per molti decenni anche dopo l’unità, coinvolgendo il nord italiano molto più del sud.
Emigrazione italiana per regione di provenienza fra il 1876 e il 1900
Ma di quanto era arretrata l’Italia rispetto alle altre grandi Nazioni europee dell’epoca?
Non stiamo parlando di differenze di qualche punto percentuale di PIL, stiamo parlando di differenze enormi.
Per avere una percezione del livello di arretratezza industriale italiano occorre ricordare i dati statistici relativi ai due settori guida della rivoluzione industriale inglese prima e poi europea: i settori della produzione siderurgica e quello tessile. Ovvero le due colonne portanti dell’industria europea ottocentesca.
L’Italia al momento dell’unità produceva tra le 26.000 e le 30.000 tonnellate di ferro all’anno, ripartite per la gran parte fra le ferriere del Milanese, toscane e quelle del Regno di Napoli, in misura pressoché identica. Ma a fronte di queste complessive trentamila tonnellate vi erano i tre milioni e settecentomila tonnellate di ferro prodotte dall’Inghilterra nel 1861 -un livello che l’Italia ha raggiunto solo nel 1953- e vi erano i due milioni di tonnellate francesi e il milione e duecentomila tonnellate tedesche.
Identica situazione presentava l’industria del cotone.
L’industria tessile settentrionale, nel suo insieme, alla vigilia dell’unità contava circa 270.000 fusi a filare mentre il Regno di Napoli circa 180.000, tuttavia il paese di riferimento, l’Inghilterra, in quel momento contava trenta milioni di fusi a filare e poco meno facevano Francia, la nascente Germania e l’Olanda.
Un rapporto di quasi 1 a 100, al minimo di 1 a 50 il rapporto con altre realtà. Un’enormità.
E l’unità non portò nessuna miglioria in questo rapporto, al contrario si ebbe addirittura un peggioramento. In Inghilterra nel periodo fra il 1861 il 1871 i fusi dell’industria del cotone passarono da 30 a 40 milioni, in l’Italia impiegò invece più di vent’anni per portare i 450.000 fusi del 1861 ai circa 900.000 del 1883.
L’Italia quindi era un Paese prettamente agricolo, fatto testimoniato peraltro anche dalla composizione del PIL e dalla stratificazione sociale.
Mentre nel gruppo delle Nazioni europee oramai avviate nel progresso industriale oltre la metà della popolazione è dedita ad attività industriali e la maggior parte del prodotto interno lordo è dato da queste attività, in Italia al momento dell’unità, la situazione è molto diversa. L’agricoltura vi produceva ben oltre il 60% del reddito nazionale con circa il 70% della popolazione impiegato nel settore, contro il 20% da attività industriali e circa il 18–20% prodotto nel settore terziario.
E bisogna tener conto inoltre che il reddito medio italiano a parità di potere d’acquisto è inferiore di molti punti percentuali rispetto a quello inglese, francese o tedesco.
Le condizioni di vita delle masse di coloni, mezzadri, compartecipanti di ogni genere che costituivano la parte largamente maggioritaria delle masse rurali dell’Italia centro-settentrionale, non erano di fatto migliori di quelle dei contadini meridionali che però, profittando degli istituti degli usi civici della terra, riuscivano a sopravvivere nella tradizionale struttura della proprietà fondiaria formata dai grandi latifondi ma anche dalle tipiche micro-proprietà contadine.
Uno scenario di arretratezza complessiva caratterizzata da una società ancora in larghissima parte contadina quindi dove, analizzando le fonti e i dati dell’annuario statistico del 1864, si evince un vantaggio del Nord nella produzione di seta greggia e nel settore dell’allevamento bovino, mentre nel settore cerealicolo, in quello della produzione di agrumi, olio e vino ed anche nell’allevamento ovino è il Meridione che si avvantaggia di gran lunga nella produzione di PIL pro-capite.
In ogni caso il PIL pro-capite complessivo nei primi anni dell’unità è in sostanza identico.
Vedremo nel prosieguo di questo piccolo lavoro come il divario produttivo e reddituale fra nord e sud italiano si cominci a differenziare progressivamente, dapprima lentamente nei primi decenni dell’unità nazionale, e poi più decisamente dai primi anni del ‘900.
Fonte: P. Malanima – V. Daniele, Il Divario Nord-Sud in Italia 1861-2011
È evidente dalla tabella proposta che non vi è nessun differenziale fra PIL pro-capite nelle macroregioni settentrionale e meridionale pur con differenze regionali interne alle macroregioni in alcuni casi intense.
Nel nord Italia le zone economicamente più depresse sono quelle montane e pedemontane, come peraltro anche al sud le zone interne ed appenniniche sono assai più arretrate e a più basso reddito dei centri rivieraschi. Ma anche in vaste aree delle campagne fluviali del Po, interessate spesso da inondazioni e devastate dalla malaria la situazione non è delle migliori.
Le zone a più alto reddito si concentrano nelle grandi città e nel loro hinterland, Napoli e Palermo al sud e Genova e Milano al nord. Sono città relativamente ricche che assorbono risorse in gran quantità dalle periferie e, nel caso delle città portuali, traggono vantaggio dalle attività di commercio ed esportazione dei prodotti agricoli che all’epoca avvenivano quasi esclusivamente via mare.
Le esportazioni industriali italiane sono peraltro pressoché inesistenti se si fa eccezione per le attività dei cantieri navali genovesi e napoletani e di qualche prodotto artigianale. La produzione industriale italiana complessiva del periodo non copre nemmeno il fabbisogno interno, sebbene con pochissime ma statisticamente irrilevanti eccezioni.
Le esportazioni italiane dell’epoca infatti, si limitano ai cereali, ai semilavorati della seta, al riso, agli agrumi e allo zolfo dalla Sicilia, all’olio da tavola siciliano e barese e all’olio lampante dal Salento nonché ai marmi toscani.
Da Napoli si esportano sellerie di pregio, guanti in pelle, ceramiche. Da Torino una qualche produzione di cristalleria. Qualche stoffa pregiata dalla Toscana e dalla Lombardia. Ma stiamo parlando di quantitativi di poca rilevanza nel novero della formazione del PIL. Il bilancio import/export italiano è fortemente negativo in campo industriale, i soli proventi in valuta pregiata vengono dalle esportazioni agricole, spesso effettuate a danno del consumo interno.
Nei primi 25-30 anni di unità la situazione complessiva comincia a variare ma molto lentamente. Ancora nel 1891 lo scenario italiano che si ricostruisce con i dati dell’epoca è tutto sommato ancora abbastanza omogeneo anche se la tendenza ad una divaricazione tra nord e sud comincia già in qualche modo a delinearsi.
Quali siano le cause del progressivo distacco qualitativo e quantitativo delle economie di nord e sud è abbastanza chiaro e si possono riassumere in tre fondamentali punti:
- La vendita all’asta del patrimonio ecclesiastico e delle terre demaniali i cui ricavi vengono interamente riversati nell’economia settentrionale;
- I prestiti pubblici che vengono erogati in larga parte verso i ceti borghesi e neoindustriali del nord a favorire uno sviluppo dell’industria che non era possibile attuare senza sacrificare una parte della Nazione per consentire l’accumulo di capitale necessario;
- Il regime fortemente protezionista che il governo italiano decide di adottare per favorire le industrie interne rispetto alla concorrenza estera ma condannando parallelamente a morte il sistema delle esportazioni agricole del meridione che nella guerra commerciale con la Francia a seguito del protezionismo perde i suoi migliori clienti.
Queste evenienze sono ben documentate e conosciute dagli storici dell’economia e ne dava conto persino il piemontese Luigi Einaudi nel primo dopoguerra nei suoi scritti.
Alcune citazioni è giusto riportarle per dare un ulteriore sigillo di autorevolezza alle tesi fin qui esposte e che oltre esporrò. Sono tratte dall’Opera Omnia di L. Einaudi e specificatamente dal suo scritto “Parole di un settentrionale”.
“Sì, è vero che noi settentrionali abbiamo contribuito di meno ed abbiamo profittato di più delle spese fatte dallo stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale”.
“Peccammo, è vero di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio nazionale e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale. Noi riuscimmo così a fare affluire dal sud al nord una enorme quantità di ricchezza, nel momento appunto in cui la chiusura dei mercati esteri, conseguenza della nostra politica protezionista, impoveriva l’agricoltura, unica e progrediente industria del sud”.
“Abbiamo ottenute più costruzioni di ferrovie, di porti e di altri lavori pubblici, di scuole e di istituti governativi; ma possiamo dire con fiducia che quei denari furono spesi nel nord con maggior profitto che se fossero stati spesi nel sud”.
Einaudi giustificava questo atteggiamento governativo con il fatto che la vicinanza con Nazioni economicamente più progredite, la posizione geografica più adatta a rapidi e proficui scambi, situazione in cui la ricchezza poteva svolgersi più facilmente e si aveva quindi maggior bisogno degli strumenti della civiltà moderna, come strade, ferrovie, fosse miglior investimento da fare piuttosto che spendere i denari del Meridione nel Meridione.
Ma le scuse e le motivazioni che dichiarava il Ministro del Bilancio sotto il Governo De Gasperi e poi Presidente della Repubblica Einaudi, non possono essere accettate sic et simpliciter.
Vero è che lo stesso Einaudi profetizzava che una volta stabilizzatasi una buona condizione economica al nord si sarebbe provveduto al sud. Ma questo dichiarato intento, benché più volte blandito agli elettori meridionali, e per la verità in qualche maniera e molto parzialmente tentato anche con qualche buon successo negli anni fra il 1951 e il 1973, non fu mai portato a compimento e ancora oggi il meridione, dopo quasi 160 anni d’unità, soffre di un forte sottodimensionamento delle sue infrastrutture in ogni settore e in tutte quelle che sono le opere pubbliche di ogni ordine e grado.
Tornando al nostro discorso riporto i dati del PIL pro-capite e del differenziale fra nord e sud nei decenni successivi all’unità e fino alla prima guerra mondiale, dati dai quali si evidenzia il lento sganciarsi del sud dal resto d’Italia con un progressivo aumento del differenziale che, del tutto assente all’unità, alla vigilia della grande guerra era già del 79% con una perdita di ben 21 punti percentuali in ordine al PIL pro-capite in 50 anni di Italia unita.
Da un’analisi più approfondita dei dati si evince che l’elemento predominante della serie non è un impoverimento del sud ma un deficit di crescita che rallenta vistosamente a fronte di una accelerazione al nord.
Il fenomeno è plasticamente evidente nel grafico seguente che mostra l’andamento della crescita di PIL settentrionale e meridionale nel corso di tutta la storia dell’Italia unita fino al 2004.
Non vi sono dubbi che a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi del Novecento la forbice della crescita si allarga con un Sud molto più lento del Nord, il quale, avvantaggiandosi degli investimenti dello Stato nei decenni post-unitari coperti come già detto nelle pagine precedenti con ampi contributi di somme “estratte” dal Sud, comincia a crescere a buoni ritmi mentre la crescita del Meridione è assai lenta quando non segna addirittura una stagnazione.
Propongo ancora diverse figure, anch’esse estratte dal pregevole lavoro dei proff.ri Daniele e Malanima, che dimostrano le differenze della produzione di PIL pro-capite delle varie regioni italiane nei diversi momenti storici.
La prima cartina ci dà ragione del PIL regionale nel 1891
Dopo 30 dall’unità la Campania ha ancor un PIL pro-capite paragonabile a quello della Lombardia e della Liguria e superiore a quello del Piemonte e dell’Emilia Romagna mentre le altre 2 grandi regioni del sud -Puglia e Sicilia- sono appena sotto la media nazionale ma fanno ancora meglio del nord-est. Hanno perso terreno però sia l’Abruzzo che la Calabria con un PIL già sotto il 75% rispetto alla media.
La seconda figura non fa altro che confermare la tendenza generale di un distacco progressivo del nord rispetto al sud.
È la Basilicata la prima a mollare e ad aggiungersi al gruppo delle regioni a basso PIL ma anche Puglia e Sicilia vedono scendere il proprio risultato economico a circa l’85% della media italiana venendo superate dalla Toscana e dalle Marche che si attestano intorno al 90% del PIL medio.
Il Veneto e il Friuli rimangono ancora sotto Puglia e Sicilia ma di pochissimo totalizzando l’84% il primo e l’83% il secondo.
È la Liguria la regione a più alto PIL d’Italia, ma tutto il nord-ovest registra un incremento notevole del PIL e anche del reddito disponibile medio. Mentre l’arretramento di ampie zone del sud è evidentissimo. Solo la Campania riesce ancora a reggere il confronto con le regioni del Nord.
Nel decennio successivo, segnato dalla prima guerra mondiale e poi dall’inizio del ventennio fascista il Mezzogiorno continua a perdere terreno e può già essere considerato un’area in ritardo di sviluppo rispetto al nord.
Anche le regioni del sud un tempo più ricche, Campania, Puglia e Sicilia, cedono il passo a tutte le regioni del nord e del centro e si omogenizzano per reddito alle altre regioni meridionali in un livellamento verso il basso. Il reddito pro capite è nettamente inferiore anche a quello delle regioni meno sviluppate del centro e del nord-est.
La terza figura proposta riguarda la situazione subito dopo la seconda guerra mondiale, siamo nel 1951 e il processo di differenziazione delle economie di nord e sud è già giunto a pieno compimento.
Evidentissimo già dal punto grafico che l’Italia si è spezzata in due con un nord-ovest con un PIL ed un reddito pro-capite ben più alto della media nazionale mentre tutte le regioni del sud si pongono fra il 50 e il 75% della media con la Calabria che addirittura scende sotto il 50% diventando il fanalino di coda d’Italia, condizione dalla quale non uscirà più fino ad oggi.
La regione meridionale più produttiva e ricca rimane la Campania che però è lontanissima dagli antichi splendori raggiungendo appena il 76% della media nazionale. Il nord-est, l’Umbria e le Marche non hanno le medie del nord-ovest e nemmeno quelle di Toscana, Emilia e Lazio ma sono comunque già superiori a quelle di tutto il sud.
L’ultima figura che propongo è quella del 1973.
Le tre regioni del sud che nel 1860 erano di gran lunga le più ricche e in grado di competere con le regioni del nord e di superarle in alcuni settori, sono diventate le più povere d’Italia.
La Lombardia è diventata la regione più ricca d’Italia ed anche il nord-est italiano ha raggiunto traguardi di reddito e produzione di molto superiori alla media nazionale mentre nessuna regione del sud, ad eccezione della Basilicata nella quale si scoprono i giacimenti di petrolio e l’Abruzzo che timbra un 76% superando il limite di fascia di un soffio, va oltre il 75% della media nazionale.
Il processo è giunto al suo completo compimento.
Riassumendo i quattro periodi presi in esame, le economie di nord e sud italiano partono appaiate nel 1860, la forbice è già di circa 7 punti percentuali verso la fine del secolo, nella prima metà del ‘900 il nord cresce del 2% annuo mediamente, mentre il sud solo dello 0,5%, il divario si allarga e diventa massimo nel 1951 con 53 punti di differenza fra nord e sud.
Nel ventennio successivo la forbice si restringe, durante il boom economico degli anni ’60 il sud cresce più del nord percentualmente e il divario si riduce a “soli” 34 punti, ma nel 1973, con la prima crisi petrolifera, il Meridione accusa il colpo molto più del nord e il divario ricomincia a crescere assestandosi intorno ai 44 punti nei primi anni 2000 e solo negli ultimi due decenni è tornato a restringersi di diversi punti attestandosi nel 2024 intorno ai 32 punti percentuali. Ovvero il PIL pro-capite medio del Meridione ad oggi è uguale a circa il 68% di quello del nord.
Oggigiorno le due locomotive meridionali, Campania e Puglia, hanno ricominciato a tirare, la Sicilia un po’ di meno.
Il tasso di disoccupazione, vero grande male del sud, è diminuito sotto al 10% permettendo una crescita più intensa del sud rispetto al nord, dove la Puglia è la regione italiana che è cresciuta di più nell’ultimo decennio e dove il settentrione ha invece rallentato visibilmente, soprattutto il Piemonte ed il Veneto, ma il divario, all’unità d’Italia assolutamente inesistente, resta ancora assai ampio.
Questo il mio scritto, che andrebbe peraltro aggiornato essendo vecchio di diversi anni. Questa era la situazione all’atto dell’unità e non altre. Nessuna grande differenza di sviluppo fra nord e sud al momento dell’unità, povere tutt’e due mediamente e rispetto ad altri scenari europei.
Il Piemonte in particolare non era all’epoca una regione particolarmente progredita. Cavour aveva sì costruito una discreta rete ferroviaria negli ultimi anni prima dell’unità, ma come qualunque economista sa, la ferrovia ottocentesca come peraltro anche quella attuale, è un investimento a lunghissimo ammortamento, non dà la misura dello sviluppo. Le infrastrutture facilitano lo sviluppo futuro, non sono una conseguenza dello sviluppo.
La città più sviluppata del Regno di Sardegna era Genova che doveva la sua ricchezza al suo porto e alla sua antica tradizione commerciale, non Torino. La zona prettamente piemontese con qualche attività industriale, quantunque embrionale, era il Biellese con le manifatture laniere.
Il Regno Piemonte era invece quello militarmente più attrezzato, con un servizio militare obbligatorio e pluriennale. Ma per ottenere di essere una media potenza militare in ambito europeo e per la costruzione delle sue ferrovie, aveva disastrato le proprie pubbliche finanze risultando percentualmente lo Stato più indebitato d’Europa.
Niente a che vedere con zone italiane nettamente più sviluppate come Lombardia e Campania e in parte anche la Toscana che nel periodo pre-unitario sono decisamente le zone più ricche d’Italia pur in un contesto, come già evidenziato, di significativa distanza dal punto di vista industriale dalle grandi potenze europee.
La sede della più grande banca privata d’Europa del periodo, la Banca Rothschild, era a Napoli e non a Torino. E le grandi banche non aprono le loro sedi centrali in posti “poveri“.
La politica espansionistica del Piemonte logicamente puntò sull’esercito, correndo però il rischio del fallimento finanziario. Se la conquista del sud non fosse andata a buon fine il Regno di Sardegna sarebbe crollato.
L’operazione ebbe invece una fortuna forse insperata, con i buoni auspici di francesi ed inglesi, per debolezze endemiche del Regno di Napoli dovute all’eterna lotta fra la casa regnante e nobiltà terriera acuite peraltro da un momento storico particolare con la morte prematura di Ferdinando II e all’inesperienza del giovane, e abbastanza sprovveduto, Francesco II. Ed anche per qualche casualità episodica della storia, come spesso accade. La battaglia del Volturno, fu “quasi” vinta dalle truppe napoletane, ma quel “quasi” cambiò il corso della storia d’Italia.
Ma questa è tutta un’altra faccenda.
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Sull’autore

Analista economico.1991–presente
Ha studiato International RelationsHa conseguito la laurea nel 2007
Luogo in cui vive: Tashkent, Uzbekistan2015–presente
Esperto/a di Russo
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