Piano Marshall e PNRR

Ripropongo un mio testo del novembre 2020, già publicsato sul blog “Pensiamo all’Italia” – https://pensiamoallaitalia.altervista.org/?s=di+castri

Il paragone fra il Piano Marshall del 1948 ed il Piano di Recupero Europeo del 2020 è molto di moda: viene spontaneo chiedersi cosa abbiano in comune oltre alla somiglianza del nome (European Recovery Program nel 1948 e Recovery Plan for Europe oggi).
Il piano Marshall nacque nel 1948 in sostituzione dei precedenti programmi di aiuti (UNRRA – United Nation Relief and Rehabilitation Administration) ed aveva come scopo non solo la ricostruzione di un’Europa distrutta dalla guerra, la quale tuttavia aveva già iniziato un percorso di ripresa economica, ma anche obiettivi politici come l’istituzione di un’economia di mercato ed una parziale apertura dei mercati con l’eliminazione dei dazi e l’incremento della produttività. il più importante obiettivo politico, comunque, era evitare che gli stati europei cedessero alla marea, che allora sembrava montante, del comunismo di stampo sovietico. Gli accordi per l’applicazione in Italia del piano Marshall furono firmati il 2 febbraio 1948, nell’ambito di un trattato decennale di amicizia e commercio fra Italia e Stati Uniti.
Esso provocò una violenta rottura nel periodo della guerra fredda sia perché nel piano era stata inclusa la Germania Occidentale, senza la partecipazione dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale, sia perché esso si muoveva al di fuori della Commissione economica delle Nazione Unite per l’Europa. L’ Unione Sovietica interpretò questi aiuti come un’iniziativa antisovietica.
Anch’esso era costituito
• da prestiti (loans) per l’acquisto di materiali ed attrezzature negli Stati Uniti,
• da contributi apparentemente a fondo perduto (grants), che tuttavia erano vincolato alla costituzione, da parte degli stati beneficiari, di fondi di contropartita in valuta locale che avrebbero potuto essere utilizzati sia per la riduzione del debito nazionale che per progetti di sviluppo in campo agricolo ed industriale e
• da aiuti condizionati (conditional aids) tendenti a stimolare il commercio fra gli stati europei.
Le opinioni sui risultati del piano Marshall sono controverse, tuttavia nel 1952 tutte le nazioni interessate avevano superato il livello anteguerra (l’Italia aveva già raggiunto il punto di pareggio nel 1949).
il piano del 2020 ha invece obiettivi prevalentemente di natura economica: secondo la definizione data sul sito della Commissione Europea “aiutare il recupero dai danni economici e sociali causati dalla pandemia ”: esso ha pertanto un obiettivo più limitato e non politico, almeno a prima vista.
Gli aiuti distribuiti dal piano Marshall, per quanto concerne l’Italia (compreso l’allora Territorio Libero di Trieste) sono riassunti in tabella
Anno 1948/49 1949/50 1950/51
Importo aiuti M§ 594 405 205
PIL M€ 4474 5061 6011
Aiuti / PIL 4.53% 2.92% 1.30%

D’altra parte, il piano del 2020 avrà un valore di 209 G€ (di cui 81 a fondo perduto e 127 prestiti) ripartiti su un arco di 6 anni, cioè circa 35 G€/anno che, se confrontati con l’ultimo dato di PIL disponibile , da un valore medio annuo pari all’ 1.88%. Considerando la diversa durata, non è azzardato dire che i due piani hanno un peso comparabile rispetto ai parametri macro-economici. tuttavia, tali considerazioni perdono la loro validità qualora si considerino anche i precedenti aiuti, in moneta ed in natura, inviati tramite l’UNRRA.
Per il piano Marshall gli obiettivi e le aree di intervento erano abbastanza ben definiti sin dall’inizio, anche se alle istituzioni nazionali era lasciata una certa autonomia sulla gestione. All’uopo fu istituita, nel 1948, un’organizzazione permanente (OECE – Organizzazione Europea di Cooperazione Economica), che rappresentò l’organismo di esecuzione del Piano. Ciascuno dei paesi europei interessati dal Piano Marshall avrebbe dovuto preparare un programma di ricostruzione economica con precise richieste, l’organizzazione avrebbe dovuto esaminare e coordinare le proposte. Il “piano di lungo termine” redatto dai tecnici dell’IRI guidati da Pasquale Saraceno fu criticato dall’organizzazione economica europea e dagli esperti americani che operavano presso l’ Economic Cooperation Administration (ECA) di Roma.
Il piano del 2020, d’altra parte, prevede solo delle linee guida senza scendere in ulteriore dettaglio, per cui sembra, almeno per quanto si può comprendere al momento, che i paesi beneficiari abbiano maggiore autonomia sia sulla scelta dei progetti che sulla loro gestione.
Rispetto ad un piano etero-diretto, ciò è senz’altro un vantaggio per i beneficiari, ammesso che abbiano le necessarie capacità sia strategiche che operative.
Le scelte strategiche sono compito non delegabile della classe politica che governa il paese, in tutte le articolazioni previste dalle norme costituzionali; il risultato dipenderà dalla capacità di tale classe politica di scegliere, fra le alternative disponibili, le aree di intervento su cui agire.
Per quanto riguarda gli aspetti tecnici ed operativi, in Italia esistono tutte le competenze necessarie alla pianificazione ed all’attuazione di progetti complessi nonché alla gestione di programmi o interi portafogli costituiti da progetti fra loro correlati. Perché tali competenze siano messe in grado di ottenere i risultati attesi, sarà necessario superare le attuali norme amministrative che rendono difficile e talora impossibile la realizzazione ed il completamento dei progetti: l’esempio della ricostruzione del ponte sul Polcevera parla da solo.
Gianluca di Castri
7 novembre 2020

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