La costruzione delle Piramidi

Kurt Mendellsohn (the Riddle of the Pyramids, Thames & Hudson, 1974), applicando all’egittologia la sua formazione scientifica, ha identificato alcuni aspetti che agli egittologi tradizionali, di formazione storica o linguistica, erano sfuggiti, in particolare, applicando concetti d’ingegneria integrata e d’ingegneria economica, ha dimostrato che le piramidi furono costruite per una scelta prevalentemente politica, che era dominante su tutti gli altri aspetti.
In particolare, i principali risultati delle sue ricerche possono essere riassunte nei punti
seguenti.
L’organizzazione del progetto
Sono a tutti noti i molti studi e le molte teorie avanzate, da vari studiosi, sul metodo utilizzato per la movimentazione dei blocchi, qualcuno ha persino chiamato in causa gli extraterrestri, in realtà, sia pur con le rudimentali tecnologie dell’epoca, l’operazione era possibile in vari modi, utilizzando notevoli quantità di manodopera di esclusiva origine terrestre. Il problema più grande, in realtà, era quello organizzativo: l’organizzazione e la programmazione del lavoro, la gestione di una massa di manodopera che, in certi periodi, raggiungeva le centomila unità che dovevano perlomeno essere alloggiate e nutrite, poneva problemi organizzativi enormi per una società che solo allora stava uscendo dallo stato tribale.
Si pensi che le centomila unità rappresentavano uno sforzo colossale; non conosciamo con esattezza quale fosse all’epoca la popolazione dell’Egitto, ma sappiamo con ragionevole certezza che l’intera popolazione mondiale si aggirava sui 70 milioni di abitanti. D’altra parte, per organizzare un cantiere con 100 mila operai, sarebbe anche oggi necessario uno sforzo organizzativo enorme.
Non esistono dati sufficienti per fare considerazioni di carattere macroeconomico; l’Egitto dell’epoca non conosceva ancora la moneta, anche se esisteva già il concetto di tasso d’interesse (il tasso d’interesse per i contratti di mutuo era normalmente pari al 100% annuo composto, cosa che difficilmente si concilia con i nostri concetti di macroeconomia).
Le tecnologie erano possedute dalla classe sacerdotale, in particolare dai sacerdoti di Heliopolis, si trattava di tecnologie imperfette, come dimostra il cedimento della piramide di Meidum. Il fatto che, dopo la catastrofe di Meidum, la costruzione delle piramidi si sia intensificata dimostra che essa era essenziale allo sviluppo sociale e politico del paese, e significativa è l’insistenza sulla forma piramidale.
La direzione del progetto era in mano ad un Visir, funzionario di primo livello in genere stretto parente del Faraone; l’uso della parola Visir o Vizir per indicare i massimi funzionari dell’Egitto antico è improprio. Si tratta infatti di una parola semitica, presente già nell’arabo precoranico (wazîr) e derivante dalla radice wzr (prendere su di sé, farsi carico, assumere la responsabilità), nell’uso moderno essa indica un ministro ed ancora oggi è usata in tale senso in molti stati arabi.
La costruzione delle piramidi durò circa un secolo, e fu interrotta in maniera repentina; i motivi di tale interruzione non sono chiari.
La manodopera
La cinematografia ci ha abituato a pensare a grandi masse di schiavi che spingevano pesanti blocchi, sotto le sferzate dei supervisori. Tuttavia, la struttura sociale egiziana dell’epoca non conosceva l’istituto della schiavitù, né domestica né produttiva; si deve inoltre considerare che il Faraone non disponeva dei mezzi tecnici per arruolare e costringere al suo volere una grande massa di popolo riottoso. Si doveva trattare evidentemente di volontari, in parte spinti da motivazioni religiose o sociali, ma certamente retribuiti in qualche modo che per loro aveva valore sufficiente.
Quante erano le persone impiegate? Erodoto, scrivendo duemila anni dopo, parla di 100.000 uomini in turni di tre mesi, intendendo con ciò dire per soli tre mesi all’anno, durante il periodo delle inondazioni. D’altra parte, il sistema produttivo dell’epoca non avrebbe potuto permettere di distogliere una così grande forza lavoro dalla produzione del cibo, se non nel periodo dell’inondazione, comunque inattivo per l’agricoltura.
Se consideriamo che, nello spazio di quasi un secolo, furono ammassate 25 milioni di tonnellate di materiale, possiamo ipotizzare, con qualche calcolo rudimentale sulla produttività, una manodopera stagionale non specializzata di 70000= unità per tre mesi all’anno per cento anni, compresa quella necessaria per l’estrazione delle pietre, più un nucleo permanente di muratori e tagliatori specializzati nonché di addetti alla manutenzione delle opere provvisorie (rampe, strade, linee di rifornimento, etc.), mediamente pari a 10000= unità.
Il Progetto Piramidi, pertanto, utilizzò circa 8.5 miliardi di ore lavorative, considerando un orario annuo di lavoro di 3100 ore, orario comune a tutte le società che hanno regolato la loro vita sulla luce del sole..
Un altro mito da sfatare è quello della costruzione sequenziale delle Piramidi, una per ogni Faraone. In questo caso, chiaramente, la manodopera necessaria deve essere ricalcolata, e si ottengono picchi di 150000= unità. in nessun caso l’economia dell’epoca avrebbe potuto sopportare i costi di mobilitazione e smobilitazione ed i cicli di espansione e recessione che sarebbero derivati dall’impiego non costante di grandi masse di manodopera (pensiamo ai problemi sociali che comportò la smobilitazione nel 1919 per averne un’idea).
Il momento critico, nell’impiego della manodopera, come nelle costruzioni contemporanee, si aveva quando la limitazione all’accesso della piramide imponeva la riduzione del personale impiegato; se la costruzione delle piramidi fosse stata sequenziale, esse avrebbero probabilmente forma cubica.
Il progetto politico
Per la sua immensa mole, il “Progetto Piramidi” determinò la vita economica e sociale dell’Egitto; solo i problemi di alimentazione, vestiario e mantenimento per tre mesi ogni anno erano tali da rivoluzionare il sistema di vita del paese. Nel corso di decenni, per tre mesi ogni anno gran parte della popolazione del paese si veniva a trovare sotto la giurisdizione di un’amministrazione centrale ed era sottratta alla giurisdizione tribale, la partecipazione al progetto creava inoltre vincoli di conoscenza, talora di cameratismo, fra persone provenienti da diverse realtà tribali.
Di fatto, dopo una prima fase in cui si costruirono strutture più ridotte (mastabat) con un impiego di manodopera di qualche migliaio di unità, iniziarono i progetti maggiori, ispirati dal sacerdote Imhotep, figura diventata leggendaria come matematico, fisico e costruttore anche se in realtà fu principalmente un genio dell’organizzazione; non sapremo mai se il suo proposito fu la grandezza delle costruzioni o la necessità di impiegare la turbolenta popolazione dei villaggi durante il periodo ozioso. di fatto egli si pose per primo il problema dell’organizzazione su vasta scala e creò un servizio civile complesso ed efficiente.
Imhotep non era un principe reale, sembra fosse figlio di Kanefer, Direttore dei Lavori dell’Alto e Basso Egitto; la sua grandezza fu riconosciuta in vita, e sul basamento della sua statua si trova un’iscrizione che può tradursi come: Cancelliere del Re del Basso Egitto, Primo dopo il Re dell’Alto Egitto, Amministratore del gran Palazzo, Nobile Ereditario, Alto Sacerdote di Heliopolis, Costruttore, Scultore e Vasaio.
La risonanza del suo nome fu tale che passò, divinizzato come Asklépion, nella civiltà greca; dopo di lui, la costruzione delle piramidi divenne l’attività centralizzata e principale del paese, che raggiunse il suo massimo con il faraone Snofru, sotto il cui regno furono costruite le tre grandi piramidi; si trattò di un periodo di grande espansione economica e cambiamento sociale, il cui risultato fu la fine del sistema tribale e della divisione fra Alto e Basso Egitto, con la nascita del primo Stato territoriale con amministrazione centralizzata, abitato da un popolo con una coscienza nazionale.

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