Censura

La libertà di espressione è un principio ormai universalmente accettato, essa è confermata dall’art. 21 della nostra Costituzione, dall’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dall’art. 19 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948. Mi sembra abbastanza.

Vero, d’altra parte, che si stanno sempre più affermando idee che limitano la libertà d’espressione a ciò che è considerato (non si sa bene da chi e con quale autorità) “politicamente corretto” e dobbiamo pertanto rassegnarci ad un futuro in cui la libertà d’espressione sarà molto ridotta e, se e quando la tecnologia lo permetterà, potrebbe essere eliminata anche la libertà di pensiero.

Comunque, almeno per il momento la libertà di espressione esiste e non è detto che queste previsioni distopiche si debbano necessariamente realizzare.

Lo Stato ha il diritto di limitare la libertà di espressione, tali limiti riguardano ad esempio l’apologia di reato ed altri casi definiti per legge.

Possono esistere situazioni di emergenza, ad esempio durante una guerra, in cui uno Stato può essere costretto ad imporre ulteriori limitazioni, sempre per legge.

In questi casi, può anche essere necessario imporre la censura sull’informazione, essa comunque deve derivare da una legge dello stato che deve anche definire in maniera chiara quali siano gli argomenti permessi e quali non lo siano.

Non è accettabile invece una censura arbitraria ad opera di un organismo privato il cui solo criterio è una “correttezza politica” non definita da alcuna legge e la cui attività censoria è delegata ad algoritmi.

Mi riferisco in particolare alle piattaforme di comunicazione sociale (social networks) che spesso censurano articoli senza darne comunicazione a chi li ha scritti, il quale si trova il profilo bloccato senza capire perché e viene pertanto posto nell’impossibilità di difendersi.

Un’associazione privata ha diritto, limitatamente all’ambito associativo, di imporre ai propri membri codici di comunicazione, scritti e resi noti, ed ha il diritto di assumere provvedimenti disciplinari, fino all’espulsione, in caso di violazione di questi codici; resta comunque l’obbligo di seguire determinate procedure relative alla notifica dell’azione disciplinare ed al diritto alla difesa.

Il nocciolo della questione è se le piattaforme di comunicazione sociale possano considerarsi associazioni private libere di definire le loro regole: su questo ho dei dubbi perché coloro che utilizzano queste reti sono utenti più che soci. Di fatto, non esiste alcuna procedura d’ammissione né alcuna quota associativa da pagare (per quest’ultimo motivo, purtroppo, sono utenti senza diritti).

Tuttavia, se non sono associazioni, cosa sono? Sono piattaforme pubbliche, più simili ad una piazza che ad un’associazione, ed a questo punto dovrebbe valere la libertà di espressione.

Credo che sarebbe opportuna un’azione di riforma di queste piattaforme: esse obiettivamente rendono un servizio, il cui costo tuttavia non è sostenuto dall’utente destinatario del servizio stesso, causando in tal modo una distorsione del mercato.

Un’ultima considerazione sulla libertà di espressione riguarda la responsabilità di chi scrive: libertà di espressione non significa essere liberi di esprimere “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico (fake news)” per le quali, peraltro, esiste già l’art. 656 CP o di commettere reati di calunnia, diffamazione e simili. Più che una censura preventiva, difficile ed in molti casi impossibile a realizzarsi, sarebbe utile che tutti si rendessero conto della possibilità di essere chiamati a rispondere qualora abbiano divulgato notizie false o scritto qualcosa che sia contrario alla legge (sottolineo alla legge, non ad indefiniti criteri di “correttezza politica”)

Trovo infine interessanti queste considerazioni di Nicola Porro pubblicato su Facebook in data https://www.nicolaporro.it/facebook-bug-o-censura/ di cui trascrivo il testo:

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Riceviamo e pubblichiamo questa prima e intrigante spiegazione del gran casino che sta succedendo su Facebook.

di Mattia Chiaruttini

Problemi e restrizioni su Facebook nelle ultime 48h, ma cosa sta succedendo realmente? Sicuramente in queste ore avrete sentito parlare di account bloccati all’improvviso o utenti che non potevano più postare link su Facebook, condividere dalle loro pagine preferite e dire la loro riguardo qualsiasi argomento. Quasi nessun giornale online ne sta parlando, ma il problema è reale per milioni di utenti in tutto il mondo ed è molto preoccupante.

Bufale.net, il primo sito che ha voluto dire la sua, si è azzardato a dire che “no, non è censura”. Così, di botto, senza prima aspettare magari un comunicato ufficiale da Facebook o analizzare la situazione. Difatti, nei commenti al post su Facebook, gli stessi lettori di Bufale facevano notare ai proprietari del sito che stavano prendendo un granchio.

Questo il commento di un utente:

“Scusatemi Bufale ma stavolta non credo a questa spiegazione. C’è gente che conosco benissimo che è stata bloccata perché ha condiviso UN post. UNO SOLO. Cosa peraltro che viene fuori anche dai commenti a questo vostro post. Presumo invece che ci sia un bug nel sistema che verifica il numero di condivisioni e che Facebook, come al solito, tardi ad ammetterlo”.

Utenti bannati senza aver postato alcunché, persone bloccate dopo aver postato la foto del proprio cane o gatto ma soprattutto, cosa più grave, senza aver ricevuto una motivazione ufficiale da parte di Facebook. In un primo momento si pensava ad una mannaia verso chi postasse troppo o condividesse siti ritenuti inaffidabili dal social di Zuckerberg, poi si è iniziato a parlare di bug ma per ora non ci sono informazioni ufficiali a riguardo. Fa pensare però che nessuno dei media online ne stia parlando.

Facebook click-gap e una prima forma di censura

L’algoritmo era già cambiato nel 2019 introducendo il Facebook click-gap, che mirava a contrastare disinformazione e clickbaiting. Stando a quanto detto da Guy Rosen, vice presidente dell’integrità di Facebook e Tessa Lyons, tutti i siti minori che sono nati con lo scopo di diventare virali in breve tempo, sono stati limitati sul social blu. Un primo segnale che qualcosa sarebbe cambiato per sempre, facendo sicuramente pulizia di siti considerati “troppo estremisti”, ma introducendo anche il dubbio negli utenti di cosa fosse davvero estremista e cosa no.

Sempre notizia di pochi giorni fa, Facebook ha rimosso oltre 30 milioni di post in un mese in India in base alle sue nuove regole, di cui la stragrande maggioranza (25 milioni) relativi a contenuti considerati “spam”, 2,5 milioni di contenuti violenti ed espliciti, 1,8 legati a nudità e attività sessuale e 300mila per incitamento all’odio.

Stando a questa notizia, Facebook dovrebbe pubblicare mensilmente dei report, riportando i dettagli dei reclami e delle azioni intraprese al riguardo. Verso fine maggio 2021, Facebook ha segnalato alcune pagine in modo permanente per aver diffuso delle notizie sul covid creato in laboratorio, salvo poi fare retromarcia seguendo, come riporta Repubblica, la decisione della Casa Bianca di ordinare indagini approfondite all’origine del coronavirus.

Questo bug ci dice che esiste una forma di censura, che è in grado di colpire milioni o miliardi di persone in tutto il mondo e di far passare questa o quella posizione. A tal proposito, in tanti pensano che Facebook sia una piattaforma privata e che possa decidere che cosa fare da un momento all’altro, anche senza avvisare nessuno. In un terreno che non è più privato, non puoi dire che si tratta di una piattaforma privata. Così come non lo potrebbe fare Google, non dovrebbe poterlo fare neanche Facebook o qualsiasi altro social che ha un impatto così rilevante sulle nostre vite.

Ma davvero per queste persone un’azienda di queste dimensioni può governare senza dire niente a nessuno?

Queste anomalie ci dicono molto sull’algoritmo e ci pongono ancora più interrogativi: i social possono essere sciolti da ogni legge? A mio parere, no. In un territorio di interesse collettivo, Facebook dovrebbe capire che ci sono migliaia di persone che lavorano e guadagnano onestamente e anche la più piccola decisione può stravolgere la loro vita. Qui non stiamo parlando di inventarci le notizie o creare siti di bufale che avevano dei nomi molto simili ai grandi giornali e che era giusto venissero chiusi, ma di un algoritmo che decide sulla nostra libertà d’espressione: che sia di destra o di sinistra non importa. Dall’oggi al domani potresti ritrovarti senza un profilo su cui scrivere, potresti non avere la possibilità di gestire la pagina della tua associazione o condividere link per tot tempo.

Altra cosa su cui riflettere: questi che si spellano le mani nel vedere bannato qualcuno che non la pensa come loro, sarebbero contenti se la censura funzionasse al contrario? Se l’indomani venisse bannato il loro influencer di riferimento che ha espresso una normalissima opinione su un fatto d’attualità o di politica? Non credo.

Mattia Chiaruttini, 4 luglio 2021

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