Povertà e reddito minimo garantito

Il temine “reddito di cittadinanza” correttamente inteso indica una rendita incondizionata che viene erogata a tutti i cittadini di uno stato. Ciò presuppone una rendita nazionale, come nel caso dell’Alaska che ha deciso di utilizzare in tale modo le rendite petrolifere: questo non è il caso dell’Italia. Altri termini sono stati utilizzati per indicare la necessità di garantire un reddito minimo, si è parlato di reddito d’emergenza, reddito di inclusione, di dignità e non ricordo cos’altro.

D’altra parte, come cristiani ancor prima che come italiani, non possiamo tollerare che, in un paese che ha un reddito pro capite elevato, vi siano situazioni di povertà estrema: mi riferisco in particolare agli anziani che andavano a ravanare fra gli avanzi dei mercati generali di Roma, visti in un’inchiesta televisiva alcuni anni or sono, ma credo che non ci sia bisogno di spiegazioni per capire di cosa parlo.

Fra i diritti umani vi dovrebbe essere il diritto ad una vita decorosa, la difficoltà è semmai definire cosa si debba intendere per vita decorosa.

La povertà

Innanzi tutto è necessario chiarire che, parlando di povertà, ci riferiamo esclusivamente al concetto di povertà economica e poi comprendere la differenza fra “povertà assoluta” e “povertà relativa”. Il termine “miseria”, che nell’uso comune indica una situazione ancor più grave, non credo abbia una precisa definizione in economia né che abbia significato limitato al solo campo economico.

Si tratta di concetti di non facile definizione, la definizione migliore, a mio parere, è quella di Amartya Sen che ne fa un’analisi complessa e multidimensionale ma di difficile utilizzazione pratica, per cui in questa sede ci limiteremo a considerare la povertà in termini di reddito.

La soglia di povertà, inoltre, varia a seconda della composizione familiare e questo è un argomento su cui riflettere: di fatto, le famiglie numerose realizzano economie di scala sia nei costi fissi che nei costi variabili. L’incidenza della demografia sull’attuale situazione economica e sullo sviluppo futuro dell’economia è spesso ignorata o volutamente  sottovalutata.

Interventi sulla distribuzione reddito:  guerra alla povertà, non alla ricchezza

Gli interventi della politica sull’economia, che dovrebbero comunque essere ridotti al minimo indispensabile, devono necessariamente effettuare un’azione sui redditi individuali sia per sostenere i costi delle istituzioni nelle sue varie articolazioni e servizi sia per sostenere le fasce povere della popolazione. In un paese che si ritiene civile ed il cui livello economico è comunque fra i più elevati nel mondo, non è accettabile che via siano persone singole o interi gruppi familiari  che non siano in grado di nutrirsi, avere un’abitazione decorosa ed avere accesso alla sanità quando sono malati o per le necessarie azioni di prevenzione: non solo non è accettabile, ma è vergognoso. Anche se ormai parlare di civiltà cristiana non è più di moda, ricordiamo che l’opzione per i poveri consiste propriamente nell’alleviare gli stati di povertà, di qualsiasi natura essa sia, e non nel punire la ricchezza: più volte Gesù dice al ricco di dare i propri beni ai poveri, ma non vi è un solo passo del Vangelo in cui si dica ai poveri di appropriarsi dei beni dei ricchi.

La scelta operata dai seguaci di molte dottrine politiche, di fare la guerra alla ricchezza invece di combattere la povertà, è dovute alla ricerca di un facile consenso agendo su sentimenti di invidia. La natura umana è tale che anche il povero è disposto a tollerare con gioia la propria povertà purché chi è più ricco di lui venga ridotto in miseria.

D’altra parte, è evidente che per eliminare la povertà si debbano fare interventi sulla ricchezza che portano ad una redistribuzione dei redditi, ciò che si dovrebbe comprendere tuttavia è che tale azione di redistribuzione è un mezzo, non un fine: lo scandalo non è il valore del coefficiente di Gini, bensì il numero delle persone in stato di povertà.

Intervento del consigliere Gianluca di Castri alla XVII Sessione del Consiglio Pastorale Diocesano – VIII Consigliatura (2 e 3 maggio 2015) – Gianluca di Castri (IdeaConsult)

2 commenti

  1. L’auspicio più generale è che ci possa essere un focus di ausilio all’innesco di una maggiore domanda di comprensione dei fenomeni del nostro tempo, al fine di indurre consapevolezza, conoscenza, atteggiamenti e comportamenti, funzionali alla individuazione e risoluzione dei problemi che sta vivendo il genere umano. Tra essi, in modo particolare, lo sperpero di risorse destinate agli armamenti in presenza di una metà dell’umanità che vive in condizioni di sussistenza, di sfruttamento, di povertà; mentre nell’altra metà “benestante” si producono fenomeni di concentrazione della ricchezza che appaiono inarrestabili per effetto di una “turbo-finanza algoritmico-informatica”. Insomma, un collaterale depauperamento della classe media con diffusione della disoccupazione e specialmente della disoccupazione giovanile ed intellettuale, un impoverimento generalizzato delle classi lavoratrici, dove un’occupazione stabile è divenuto “privilegio” ed il “precariato di sussistenza” la norma. Un mondo in cui si è stravolto l’intrapresa, che messa alle strette ha inseguito i fuochi fatui della delocalizzazione, del profitto a tutti i costi o della semplice sopravvivenza riponendo speranze nell’export o nello Stato, apparato gestionale di nazioni ormai esauste e depauperate del ruolo di custodia dei propri popoli. Un mondo in cui neppure un reddito minimo di cittadinanza, reso improduttivo per ideologia, per scelta o per circostanza, riesce a risolvere i problemi veri se non quelli di cattura di “consenso politico” finalizzato al mantenimento dello “status quo”. Un mondo in cui sotto la spinta di una bioetica laicista si è costretti a cambiare i connotati della famiglia intesa in senso tradizionale e la prole – un tempo unico e solo appannaggio dei “proletari”, venditori di lavoro per la loro stessa riproduzione – viene presa in carico da uno Stato divenuto tutore, attraverso un ruolo genitoriale che non gli è proprio.
    Sì è così giunti ad una visione di democrazia che confligge con se stessa, dimentica dei suoi principi professati nelle grandi dichiarazioni dei diritti umani e di autodeterminazione dei popoli (sic!), scoprendosi insufficiente, inefficiente, inefficace; in pericolo ed in competizione rispetto ai sistemi autocratici, che pur tenta di imitare goffamente dietro le quinte del teatrino mediatico; quando addirittura non abbia riposto in essi le speranze della propria “salvezza”. Ma, non vi può essere pace, né sviluppo sostenibile, né salvezza degli ecosistemi, ivi incluso quello umano, senza la stabilità. E la stabilità può essere ottenuta con la forza solo temporaneamente. Per la stabilità durevole occorre il consenso ed è esattamente questa la regola democratica che non può essere tradita o aggirata da strumentali manipolazioni finalizzate a interessi lobbystici o progetti egemonici di chicchessia; pena il conflitto!
    Per approfondimento vedi : http://www.nuclearforpeace.org/download/Morelli260321-2.pdf

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