Intervento del consigliere Gianluca di Castri alla XVII Sessione del Consiglio Pastorale Diocesano – VIII Consigliatura (2 e 3 maggio 2015)

Sintesi

Fra gli argomenti proposti per la riflessione sull’animazione culturale vi è, al secondo punto, il tema “lavoro ed economia”, argomento particolarmente delicato perché porta alla luce una difficoltà di comprensione, da parte degli studiosi di economia, del magistero della Chiesa in materia economica nonché delle proposte che ne derivano. 

In particolare gli studiosi di economia non riescono a comprendere perché vi sia una separazione fra i principi enunciati dalla Dottrina Sociale della Chiesa e le teorie economiche correnti. D’altra parte, lo studioso si rene conto che la Dottrina Sociale si pronuncia su temi di etica sociale e non propone modelli economici . 

A titolo di esempio, l’enfasi posta sulla distribuzione del reddito senza attenzione alla produzione del reddito stesso, oppure il concetto di “sobrietà” che ha senz’altro una grande valenza etica ma che, concretamente applicato, avrebbe un effetto recessivo sull’economia, contribuendo così ad aggravare proprio quei  problemi che si vorrebbero risolvere: in parole povere, il rischio è la riduzione dei consumi e conseguentemente della produzione, con un generale impoverimento, di cui maggiormente soffrirebbero proprio quei poveri che vogliamo aiutare. A maggior ragione nei rapporti internazionale, ove le prime spese ad essere ridotte in caso di recessione sono gli aiuti allo sviluppo di paesi terzi. 

Luigi Pasinetti   ha trattato diffusamente l’argomento, affermando nelle sue riflessioni finali che «quando si considera o esamina o indaga lo stesso fenomeno da punti di vista diversi, è perfettamente logico che si possa giungere a deduzioni o osservazioni o riflessioni diverse. Queste non possono però essere tra loro incompatibili. Anzi, buon senso e ragione vorrebbero che fossero complementari». 


A mio parere, una parte dell’incompatibilità di cui parliamo è dovuta a problemi di natura semantica, che meriterebbero di essere maggiormente approfonditi, al fine di evitare che il cattolico che voglia affrontare temi economici, con una certa cognizione di causa, ma senza essere ad un livello tale da poter aspirare al premio Nobel, non potendo superare la difficoltà a conciliare 

Dottrina Sociale della Chiesa  e teorie economiche correnti

Fra gli argomenti proposti per la riflessione sull’animazione culturale vi è, al secondo punto, il tema “lavoro ed economia”, argomento particolarmente delicato perché porta alla luce una difficoltà di comprensione, da parte degli studiosi di economia, del magistero della Chiesa in materia economica nonché delle proposte che ne derivano.
In particolare gli studiosi di economia non riescono a comprendere perché vi sia una separazione fra i principi enunciati dalla Dottrina Sociale della Chiesa e le teorie economiche correnti:  d’altra parte, lo studioso si rene conto che la Dottrina Sociale si pronuncia su temi di etica sociale e non propone modelli economici[1].
L’economia non è un fine, bensì un mezzo per raggiungere un risultato, che nella fattispecie è il principio etico enunciato dalla Dottrina Sociale: sorge però il dubbio che molte proposte, qualora applicate, non possano dare il risultato desiderato, bensì  produrre un effetto di segno contrario. In definitiva, dal punto di vista cattolico, il compito dell’economia è subordinato agli orientamenti etici espressi dal Magistero: non è compito dell’economia dire se lo sviluppo economico, considerandone tutti gli effetti collaterali, sia un bene o un male, il compito dell’economia è dire quali siano le condizioni che debbano essere soddisfatte qualora si decida di intraprendere la strada dello sviluppo e quali, invece, siano le condizioni ostative: in definitiva, l’economia deve dimostrare, una volta definite le finalità, se e come esse possano essere raggiunte[2].
A titolo di esempio,
  • .      L’enfasi posta sulla distribuzione del reddito senza attenzione alla produzione del reddito stesso; forse, invece di insistere sulle diseguaglianze, si dovrebbe insistere sulla necessità di un tenore di vita decoroso per tutti, lasciando agli economisti le considerazioni di carattere distributivo. Si corre altrimenti il rischio di combattere la ricchezza invece di combattere la povertà[3].
  •      Il concetto di “sobrietà” che ha senz’altro una grande valenza etica ma che, concretamente applicato, avrebbe un effetto recessivo sull’economia, contribuendo così ad aggravare proprio quei  problemi che si vorrebbero risolvere: in parole povere, il rischio è la riduzione dei consumi e conseguentemente della produzione, con un generale impoverimento, di cui maggiormente soffrirebbero proprio quei poveri che vogliamo aiutare. A maggior ragione nei rapporti internazionali, ove le prime spese ad essere ridotte in caso di recessione sono gli aiuti allo sviluppo di paesi terzi. Inoltre si presuppone che la sobrietà debba essere da tutti liberamente perseguita, senza considerare che essa, «costringendo tutti ad un livello inferiore di benessere, può suscitare un più elevato tasso di conflittualità sociale ed il conseguente ricorso ad una più diffusa coercizione»[4].
  •      Paradossalmente, lo stesso potrebbe avvenire limitando gli sprechi di cibo: pur essendo l’obiettivo un imperativo etico, senza un costoso programma di assistenza, non un grammo del cibo risparmiato potrebbe in realtà essere devoluto a coloro che si trovano in uno stato di indigenza alimentare, la quale nella gran parte dei casi non è dovuta a mancanza di cibo, bensì a mancanza dei mezzi per acquistarlo[5].  La riduzione degli sprechi non comporta, di per sé, alcun trasferimento di reddito a chi è più povero; il rischio dell’eventuale programma di assistenza è che i costi siano superiori ai benefici.     

Luigi Pasinetti[6]  ha trattato diffusamente l’argomento, affermando nelle sue riflessioni finali che «quando si considera o esamina o indaga lo stesso fenomeno da punti di vista diversi, è perfettamente logico che si possa giungere a deduzioni o osservazioni o riflessioni diverse. Queste non possono però essere tra loro incompatibili. Anzi, buon senso e ragione vorrebbero che fossero complementari».
Egli evidenzia i limiti e le attuali difficoltà della scienza economica, lasciando ai teologi l’onere di pronunciarsi sulle incompatibilità che possano derivare dall’enunciato della Dottrina Sociale e concludendo che «la teoria economica sta attraversando un periodo molto critico, che davvero richiede una severa e radicale riconsiderazione dei suoi fondamenti».
A mio parere, una parte dell’incompatibilità di cui parliamo è dovuta a problemi di natura semantica, che meriterebbero di essere maggiormente approfonditi
Nella cultura corrente, chi si occupa di economia pur con una certa cognizione di causa, ma senza essere ad un livello tale da poter aspirare al premio Nobel, incontra un’enorme difficoltà a conciliare la Dottrina con la scienza economica che egli conosce e, in molti casi, non comprendendo preferisce tacere.  
A maggior ragione nel dialogo con i non credenti, quando non si può far riferimento a principi etici, raramente condivisi, ed è necessario dimostrare l’utilità sociale delle nostre proposte: mentre questa dimostrazione  è possibile in tutti gli altri campi della Dottrina Sociale, ciò, allo stato attuale delle cose, sembra essere quasi impossibile in campo economico.
Nota bibliografica
  •          Sergio Ricossa, Impariamo l’economia, Rubbettino, 2012
  •          Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, 2000
  •          Luigi Pasinetti – Dottrina Sociale della Chiesa e Teoria Economica – VII Simposio internazionale dei docenti universitari organizzato dal Vicariato di Roma – 24/06/2010
  •          Thomas E. Woods junior, the Church and the Market, Lexington, 2005
  •          Michael Novak, L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo, Edizioni di Comunità, 1994
  •          Luca Simonetti, Contro la decrescita, Longanesi, 2014
  •          Jeffrey Sachs, the End of Poverty, Penguin, 2005
  •          Branko Milanovic, The inequality possibility frontier: the extensions and new applications, World Bank, 2013
  •          Piketty, Disuguaglianze, Università Bocconi Editore, 2014
  •          Rawls, a Theory of Justice, Harvard University Press, 1971


[1] Centesimus Annus, 43
[2] Woods, The Church and the Market, Lexington 2005, pag. 31
[3] Il riferimento è alla ipotesi detta “maximin” introdotta da Kolm e Rawls
[4] Sergio Ricossa, Impariamo l’economia, Rubbettino, 2012, pag. 8
[5]Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, 2000 – cap. VII
[6]Luigi Pasinetti – Dottrina Sociale della Chiesa e Teoria Economica – VII Simposio internazionale dei docenti universitari organizzato dal Vicariato di Roma – 24/06/2010

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