Famiglia e progresso

Uno studio comparato delle civiltà mostra che esse progrediscono quando il matrimonio è forte: accadde anche da noi dopo la seconda guerra mondiale, la ricostruzione ebbe il suo centro propulsore nella famiglia,

Fonte: Italia Oggi, 12/07/16


La moria dei matrimoni – Formiche.net

Di Gianfranco Morra | 17/07/2016 – Chiesa

La moria dei matrimoni

L’analisi di Gianfranco Morra

I bestioni lasciavano insepolti i morti, esercitavano nelle selve la venere canina, risolvevano ogni conflitto con la violenza. Poi nacquero gli istituti «dell’incivilimento», che «diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui» (Foscolo, Sepolcri): «Tutte le nazioni così barbare come umane, tutte hanno qualche religione, contraggono matrimoni solenni, seppelliscono i loro morti» (Vico, Scienza Nuova). Matrimonio e famiglia in guise diverse sono durati dalla preistoria sino alla rivoluzione industriale, con la quale entrano in una crisi profonda, che non li sta rinnovando ma portando alla estinzione.

Questa, almeno, è la profezia del Censis nello studio appena sfornato «Non mi sposo più». Ma come è possibile? Lo mostrano i numeri: dal 1964 (8,1 ogni mille abitanti) i matrimoni sono sempre calati. Drastica la diminuzione di quelli religiosi, da 412.000 a 108.000; ma la caduta è generale, nel complesso oggi sono il 3 per mille. Proiettando questa tendenza costante e crescente, nel 2031 dovremmo celebrare l’ultimo matrimonio religioso. E insieme, dal 1964, calano le nascite: oggi l’Italia occupa l’ultimo posto fra le nazioni europee (ce lo mostra Eurostat).

Ma proprio qui è il sofisma: i trend demografici non sono né omogenei né irreversibili. E tuttavia la previsione, spostata dal determinismo alla probabilità, appare molto credibile. Le ragioni paiono evidenti.

La famiglia, dovunque, è sempre stata gerarchica e paternale (il matriarcato è una ipotesi tramontata). Essa è entrata in crisi quando la divisione dei ruoli tra maschio e femmina è stata sconvolta. L’emancipazione femminile, giusta e inevitabile, ha distrutto una famiglia senza saperne creare una nuova.

Colpa delle donne, ha scritto Fukuyama nel suo La grande distruzione (1999). Meglio non parlare di colpa, ma di trasformazioni sociali, alle quali l’Occidente non ha saputo dare una risposta adeguata.

Il matrimonio si è estinto perché non serve più. Tutto ciò che con esso si faceva si fa anche senza: il legame si è fatto fievole e lo scioglimento, anche di quello fatto in chiesa, sempre più facile, il sesso e la fedeltà hanno perso ogni legalizzazione, sono divenuti atti soggettivi e polimorfi, l’adulterio non è più un reato, la paternità è riconosciuta anche fuori del matrimonio, i beni rimangono per lo più separati.

Tutta la nuova legislazione non tutela l’istituzione, ma le coppie (comunque formate), riguarda soprattutto la libertà dei coniugi e dei figli, non è un diritto «della» ma «nella» famiglia.

Il matrimonio, che era un contratto stipulato dalle famiglie dei due sposi, oggi è un atto di libera scelta. Privo di quelle strutture sociali e religiose, che un tempo lo reggevano e orientavano, è divenuto un amore «romantico», esprime la scelta soggettiva dei due partner.

Al pari della società, è un legame «liquido» e «flessibile», a tal punto «debole» che molti oggi lo ritengono inutile. Se c’è l’amore, che bisogno ce n’è? Quando non c’è più, diviene un fastidio di cui liberarsi al più presto. Cresce l’abitudine di stipulare, all’atto del matrimonio, anche le clausole del suo scioglimento.

Difficile non dare ragione al Direttore del Censis, Massimiliano Valerii: «Il matrimonio non è più l’evento centrale della vita delle persone». Come sempre, il più intelligente è stato Bergoglio: «Non ci sono famiglie regolari e irregolari». Giustissimo: non ci sono più né le famiglie, né le regole.

Anche senza famiglia c’è l’amore (fin che dura), c’è la convivenza (fin che non annoia), c’è il partner (parola più gradevole delle retrive «marito e moglie»). Perciò sposarsi è un calcolo sbagliato, che sociologicamente e giuridicamente offre più svantaggi che vantaggi.

Niente è più sciocco che definire gli eventi storici come «buoni» o «cattivi», dato che in ognuno di essi i guadagni e le perdite, il progresso e il regresso sono compresenti. La società preindustriale privilegiava gli ideali e le istituzioni come fondamenti del bene sociale, per difenderli non esitava a sacrificare anche le persone.

Oggi la società postindustriale punta tutto sulla libertà e sui diritti dei singoli, la durata e la funzionalità delle istituzioni passano in secondo piano.

È una società non più individualista, come quella della borghesia liberale, che aveva conservato la famiglia e la nazione, ma narcisista, composta di tanti atomi singoli, ciascuno delle quali realizza se stesso servendosi dello «Stato Provvidenza», «dall’utero al sepolcro».

Non v’è dubbio che tra le finalità del welfare rientra il sostegno economico delle famiglie. Ma è una illusione fuorviante pensare che tale aiuto favorisca l’istituto matrimoniale: la crescita delle sovvenzioni è andata di pari passo con la sua dissoluzione. La famiglia nell’Ottocento era povera, ma anche più solida. Segno evidente che le vere ragioni della crisi non sono in primo luogo economiche, ma antropologiche e religiose.

Uno studio comparato delle civiltà mostra che esse progrediscono quando il matrimonio è forte: accadde anche da noi dopo la seconda guerra mondiale, la ricostruzione ebbe il suo centro propulsore nella famiglia.

Dopo il 1964 è crisi generale, oggi divenuta angosciosa e massiccia, da essa cerchiamo di uscire, ma senza poter più puntare sulla famiglia, che si sta estinguendo.

Come aveva capito Vico: «Da religione, matrimoni e seppellimento incominciò la civiltà, senza di esse il mondo s’infierisce e si rinselva di nuovo». E ancora prima di lui il demoniaco Machiavelli: «Dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno rovini, o che sia sostenuto dal timore di un principe che supplisca ai difetti della religione» (Discorsi, I, 11).

(Articolo su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)


Il matrimonio si sta spegnendo – ItaliaOggi.it

Nel 1964 i matrimoni erano 8 per mille abitanti. Oggi sono il 3

di Gianfranco Morra

I bestioni lasciavano insepolti i morti, esercitavano nelle selve la venere canina, risolvevano ogni conflitto con la violenza. Poi nacquero gli istituti «dell’incivilimento», che «diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui» (Foscolo, Sepolcri): «Tutte le nazioni così barbare come umane, tutte hanno qualche religione, contraggono matrimoni solenni, seppelliscono i loro morti» (Vico, Scienza Nuova). Matrimonio e famiglia in guise diverse sono durati dalla preistoria sino alla rivoluzione industriale, con la quale entrano in una crisi profonda, che non li sta rinnovando ma portando alla estinzione.

Questa, almeno, è la profezia del Censis nello studio appena sfornato «Non mi sposo più». Ma come è possibile? Lo mostrano i numeri: dal 1964 (8,1 ogni mille abitanti) i matrimoni sono sempre calati. Drastica la diminuzione di quelli religiosi, da 412.000 a 108.000; ma la caduta è generale, nel complesso oggi sono il 3 per mille. Proiettando questa tendenza costante e crescente, nel 2031 dovremmo celebrare l’ultimo matrimonio religioso. E insieme, dal 1964, calano le nascite: oggi l’Italia occupa l’ultimo posto fra le nazioni europee (ce lo mostra Eurostat).

Ma proprio qui è il sofisma: i trend demografici non sono né omogenei né irreversibili. E tuttavia la previsione, spostata dal determinismo alla probabilità, appare molto credibile. Le ragioni paiono evidenti.

La famiglia, dovunque, è sempre stata gerarchica e paternale (il matriarcato è una ipotesi tramontata). Essa è entrata in crisi quando la divisione dei ruoli tra maschio e femmina è stata sconvolta. L’emancipazione femminile, giusta e inevitabile, ha distrutto una famiglia senza saperne creare una nuova.

Colpa delle donne, ha scritto Fukuyama nel suo La grande distruzione (1999). Meglio non parlare di colpa, ma di trasformazioni sociali, alle quali l’Occidente non ha saputo dare una risposta adeguata.

Il matrimonio si è estinto perché non serve più. Tutto ciò che con esso si faceva si fa anche senza: il legame si è fatto fievole e lo scioglimento, anche di quello fatto in chiesa, sempre più facile, il sesso e la fedeltà hanno perso ogni legalizzazione, sono divenuti atti soggettivi e polimorfi, l’adulterio non è più un reato, la paternità è riconosciuta anche fuori del matrimonio, i beni rimangono per lo più separati.

Tutta la nuova legislazione non tutela l’istituzione, ma le coppie (comunque formate), riguarda soprattutto la libertà dei coniugi e dei figli, non è un diritto «della» ma «nella» famiglia.

Il matrimonio, che era un contratto stipulato dalle famiglie dei due sposi, oggi è un atto di libera scelta. Privo di quelle strutture sociali e religiose, che un tempo lo reggevano e orientavano, è divenuto un amore «romantico», esprime la scelta soggettiva dei due partner.

Al pari della società, è un legame «liquido» e «flessibile», a tal punto «debole» che molti oggi lo ritengono inutile. Se c’è l’amore, che bisogno ce n’è? quando non c’è più, diviene un fastidio di cui liberarsi al più presto. Cresce l’abitudine di stipulare, all’atto del matrimonio, anche le clausole del suo scioglimento.

Difficile non dare ragione al Direttore del Censis, Massimiliano Valerii: «Il matrimonio non è più l’evento centrale della vita delle persone». Come sempre, il più intelligente è stato Bergoglio: «Non ci sono famiglie regolari e irregolari». Giustissimo: non ci sono più né le famiglie, né le regole.

Anche senza famiglia c’è l’amore (fin che dura), c’è la convivenza (fin che non annoia), c’è il partner (parola più gradevole delle retrive «marito e moglie»). Perciò sposarsi è un calcolo sbagliato, che sociologicamente e giuridicamente offre più svantaggi che vantaggi.

Niente è più sciocco che definire gli eventi storici come «buoni» o «cattivi», dato che in ognuno di essi i guadagni e le perdite, il progresso e il regresso sono compresenti. La società preindustriale privilegiava gli ideali e le istituzioni come fondamenti del bene sociale, per difenderli non esitava a sacrificare anche le persone.

Oggi la società postindustriale punta tutto sulla libertà e sui diritti dei singoli, la durata e la funzionalità delle istituzioni passano in secondo piano.

È una società non più individualista, come quella della borghesia liberale, che aveva conservato la famiglia e la nazione, ma narcisista, composta di tanti atomi singoli, ciascuno delle quali realizza se stesso servendosi dello «Stato Provvidenza», «dall’utero al sepolcro».

Non v’è dubbio che tra le finalità del Welfare rientra il sostegno economico delle famiglie. Ma è una illusione fuorviante pensare che tale aiuto favorisca l’istituto matrimoniale: la crescita delle sovvenzioni è andata di pari passo con la sua dissoluzione. La famiglia nell’Ottocento era povera, ma anche più solida. Segno evidente che le vere ragioni della crisi non sono in primo luogo economiche, ma antropologiche e religiose.

Uno studio comparato delle civiltà mostra che esse progrediscono quando il matrimonio è forte: accadde anche da noi dopo la seconda guerra mondiale, la ricostruzione ebbe il suo centro propulsore nella famiglia.

Dopo il 1964 è crisi generale, oggi divenuta angosciosa e massiccia, da essa cerchiamo di uscire, ma senza poter più puntare sulla famiglia, che si sta estinguendo.

Come aveva capito Vico: «Da religione, matrimoni e seppellimento incominciò la civiltà, senza di esse il mondo s’infierisce e si rinselva di nuovo». E ancora prima di lui il demoniaco Machiavelli: «Dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno rovini, o che sia sostenuto dal timore di un principe che supplisca ai difetti della religione» (Discorsi, I, 11).

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http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=50012

Nel matrimonio è in gioco un’idea antropologica che qualifica la nostra stessa civiltà
di Francesco Lamendola – 18/12/2014

Fonte: Arianna editrice

Il matrimonio e la famiglia sono sotto attacco, e l’attacco è sferrato da forze occulte e insidiose, che si servono della buona fede di un pubblico manipolato ad arte e ormai abituato a pensare, o piuttosto a credere di pensare, secondo categorie demagogiche preconfezionate: pubblico che si illude di condurre una battaglia di civiltà per i diritti dei “diversi” e, quindi, in teoria, dei più deboli, mentre è in gioco una posta altissima e ben diversa: la sopravvivenza della nostra civiltà, nel senso letterale dell’espressione.

Non è “soltanto” la nostra società che si trova in estremo pericolo, sospesa ormai sull’orlo dell’abisso: non  soltanto l’insieme pratico dei cittadini, con le loro reciproche relazioni affettive, professionali, culturali; è la nostra stessa civiltà che rischia il tracollo definitivo e irreparabile, vale a dire l’insieme dei nostri valori, delle nostre tradizioni, dei nostri sistemi di pensiero. Dal crollo di una società si può anche risorgere; dal crollo di una civiltà, no. Certo, al posto di essa ne sorgerà una nuova; ma basata su altri principi e su valori profondamente diversi, di cui saranno protagonisti altri soggetti: altri popoli, altre comunità, altre maniere di vedere il mondo e d’intendere il significato della vita. L’arte, la scienza, il senso del bello, il senso del vero, il senso del giusto: tutto verrà ricostruito su nuove basi, su diverse fondamenta. Non è detto che sarà una brutta cosa, anzi, può darsi benissimo che la nuova civiltà sarà migliore dell’antica: ma sarà un cambiamento doloroso. Nessuna civiltà tramonta e scompare in modo indolore; e coloro che vivono quella fase storica pagano sulla loro pelle un prezzo altissimo, senza alcuno sconto e, per lo più, senza un orizzonte di speranza: per loro, il mondo che sta finendo è tutto il mondo. Così l’hanno vissuta i Romani della tarda antichità, quando i templi del paganesimo venivano abbattuti e Roma, la Città Eterna, veniva presa e saccheggiata dai barbari: fu un trauma sconvolgente, senza precedenti.

Ora, la nostra civiltà, la civiltà europea, così come si è definita da oltre un millennio e così come noi la conosciamo, la amiamo o forse la detestiamo, ma sempre sentendo, pensando, giudicando dall’interno di essa, dei suoi valori, dei suoi punti di vista, si fonda sulla famiglia; e la famiglia si basa sul matrimonio, inteso come l’unione stabile fra un uomo e una donna, aperta alla procreazione e impostata su un comune progetto di vita e di bene scambievole. Nessuna norma giuridica potrebbe sostituire queste caratteristiche spirituali, né imporle dall’esterno: o ci sono, o non ci sono. Se ci sono, il la famiglia fondata sul matrimonio potrà affrontare le prove più dure e, magari, anche soccombere, ma senza smarrirsi, senza perdere la propria coesione e i propri valori; se non ci sono, nessuna cerimonia e nessun patto legale potranno infonderle quella intima forza che non possiede, e che proviene non solo dall’amore, ma anche dalla fiducia nella fonte inesauribile da cui l’amore umano discende e a cui si rinnova, ma che non appartiene alla dimensione contingente.

Il matrimonio, nel mondo antico, era contemporaneamente una cerimonia civile e religiosa; col cristianesimo, l’aspetto religioso divenne predominante, perché nella civiltà cristiana è lo spirituale ad includere il temporale, e non viceversa, così come l’Impero è incluso nella cristianità. Quando sorge l’idea che l’Impero sia una istituzione autonoma e parallela alla Chiesa, il Medioevo è alla fine: Dante la pensa così, ma con lui lo spirito medievale è già tramontato. Per qualche secolo ancora la civiltà europea si ammanta di cristianesimo, mentre sta svuotando quest’ultimo di ogni reale influenza sulla società civile e mentre il potere statale (non dell’Impero, con la sua idea universalistica, ma degli Stati nazionali, ciascuno portatore del proprio particolarismo) erode e distrugge lentamente le prerogative della Chiesa. Con il giurisdizionalismo e con l’Illuminismo, il processo giunge a compimento: cadono anche i veli esteriori, e la proclamata separazione tra sfera civile e sfera religiosa significa, né più né meno, la privatizzazione del fatto religioso e quindi anche del matrimonio religioso. La cerimonia si sdoppia in un rito civile e in un rito religioso; poi, lentamente ma irresistibilmente, il secondo comincia ad essere soppiantato dal primo, o – il che è lo stesso – viene a perdere le sue caratteristiche profonde e specifiche, spirituali, trascendenti, per divenire una copia del rito civile, conservando solo la vernice superficiale di ciò che era stato un tempo. Il matrimonio religioso, secolarizzandosi, perde non solo il suo prestigio, ma anche la sua funzione e la sua ragion d’essere: si riduce allo sfarzo di un giorno, di un’ora; non è più un progetto comune che l’uomo e la donna si impegnano a portare avanti sino alla fine della loro vita, nella buona e nella cattiva sorte. E non è più una promessa fatta davanti a Dio, ma una occasione di mondanità e un omaggio formale al conformismo e al quieto vivere.

Oggi il matrimonio cristiano è ormai quasi scomparso, e, con esso, anche la famiglia è andata profondamente in crisi; ma – sorpresa per i laicisti convinti di esser giunti a coronare i loro sforzi secolari – ecco che anche il matrimonio civile, nel medesimo tempo, sembra aver subito lo stesso logoramento, però in un tempo enormemente più breve. Ora che pochi si sposano in chiesa, e non più con lo spirito religioso d’un tempo (prova ne siano le coppie che si sposano dopo anni di convivenza, e con la sposa in abito bianco, simbolo di purezza, come una vergine), sono ancor meno quelli che decidono di sposarsi in municipio. Sposarsi, e perché mai? Perché sobbarcarsi gli oneri e i sacrifici di una promessa di lunga durata, quando la maggioranza delle persone ha ormai scelto il modello della libera convivenza, ossia delle cosiddette unioni di fatto? Niente promesse, niente impegni, niente figli, a meno che se ne senta il desiderio, magari più tardi, magari quando i genitori sarebbero in età di fare i nonni: la famiglia non è più costruita sul progetto della procreazione, dell’apertura alla vita che nasce, ma sul contratto stipulato fra due individui interessati a stabilire i rispettivi diritti e a garantirsi il massimo della libertà personale.

Non è poi così strano se, in questo quadro culturale e spirituale, non solo le unioni di fatto, ma anche le unioni omosessuali ambiscono a ottenere il riconoscimento giuridico dello Stato, mediante l’assoluta equiparazione al matrimonio, o meglio, ottenendo la qualifica di “matrimonio”, punto e basta. I figli si possono sempre adottare; oppure, nel caso di una coppia lesbica, si possono ottenere con l’ausilio della fecondazione eterologa. Curioso fenomeno, ma strano solo in apparenza: mentre l’uomo e la donna sono sempre più restii a sanzionare la reciproca unione mediante il vincolo matrimoniale, le coppie omosessuali si battono ovunque per ottenere la fine della loro pretesa “discriminazione” e per potersi sposare in municipio, e magari anche in Chiesa – come già avviene in alcuni Paesi del Nord Europa. E mentre le coppie eterosessuali sono sempre più esitanti a fare figli, quelle omosessuali sembrano più che mai impazienti di poterne avere.

Tutto questo avviene non come effetto, ma come risultato di una lenta, metodica, paziente e poco vistosa campagna culturale preparatoria, portata avanti, negli ultimi decenni, da centinaia e migliaia di film, di romanzi, di concerti, di inchieste, dibattiti, tavole rotonde, salotti televisivi e notizie di cronaca abilmente sfruttate, manipolate, gonfiate o sgonfiate secondo le circostanze, così da creare nell’opinione pubblica l’impressione che vi sia una “emergenza omofoba” e che, per contrastare la persecuzione degli omosessuali, sia indispensabile, nonché urgentissimo, riconoscere loro tutti i diritti del caso, compreso quello di sposarsi e avere o adottare dei figli. Frotte di volonterosi psicologi  e psichiatri ci hanno spiegato, dall’alto del loro discutibile sapere, magari dalle colonne di qualche rivista modaiola, che non c’è alcuna differenza sostanziale fra sposarsi con una persona dell’altro sesso, oppure del proprio; che chi la pensa diversamente è un razzista, un sessista, un incorreggibile reazionario; che i bambini crescono altrettanto bene, altrettanto equilibrati e sereni, in un contesto familiare eterosessuale, così come in uno omosessuale; e che gli eventuali complessi o anche solo i disagi, cui sarebbero esposti nel secondo caso, sono soltanto e unicamente il frutto delle nostre paure e dei nostri assurdi e incivili pregiudizi.

Di più: in diversi Paesi d’Europa si è deciso, per non offendere la sensibilità dei bambini che vivono con genitori omosessuali, che gli educatori non devono più adoperare l’espressione “bambino” o “bambina”, anzi, non devono proprio adoperare il pronome “lo” o il pronome “la”, riferito ai propri compagni di scuola o d’asilo, ma il neutro. Tutto questo è stato votato e approvato già da alcuni Parlamenti ed è stato presentato all’opinione pubblica come una battaglia di civiltà, incoraggiando nei giovani l’idea che il matrimonio è, semplicemente, la sanzione del legame affettivo che unisce due persone, indipendentemente dal genere sessuale. Tanto, si dice, l’importante è che ci sia l’amore: purché ci sia l’amore, il fatto che a sposarsi siano un uomo e una donna, oppure due uomini o, ancora, due donne, diventa del tutto ininfluente; e lo stesso vale per l’eventuale adozione di figli. Eppure è evidente, se appena si vi pone un minimo di attenzione, che dietro queste pretese “battaglie di civiltà”, e dietro l’apparente ragionevolezza e l’apparente minimalismo di codesti paladini dei “diritti civili”, si cela un progetto di vasta portata, mirante a scardinare il principale puntello della nostra civiltà: la famiglia fondata sul matrimonio e formata da un uomo, una donna e, potenzialmente, dalla prole da essi generata. Infatti, nel matrimonio la posta in gioco è molto più alta di quel che potrebbe apparire di primo acchito, e cioè – come osserva il filosofo Francesco Botturi – l’idea antropologica che qualifica una intera civiltà, la nostra. Ed è altrettanto evidente, aggiungiamo noi, che tale consapevolezza si va offuscando, al punto che molte persone, apparentemente in buona fede, reclamano la fine del “matrimonio tradizionale” in nome di un matrimonio più “aperto”, più “libero”, più “moderno”: un sedicente matrimonio nel quale la nozioni di impegno, di fedeltà, di durata, di assunzione di responsabilità, tendono a passare del tutto in secondo piano, lasciando il posto alla pretesa del massimo vantaggio personale, della massima libertà individuale, del massimo esercizio dei diritti. Esso diventa, così, il luogo istituzionalizzato in cui riceve una sanzione definitiva quell’individualismo egoistico e calcolatore che già in pensatori come John Locke aveva trovato la sua consacrazione filosofica.

In questa prospettiva, la società cessa di essere una rete armoniosa di soggetti fondati, a loro volta, su quella società in miniatura, essenziale e insostituibile, che è la famiglia: luogo di affetti, ma anche di maturazione, di educazione ai valori, di preparazione alle responsabilità della vita adulta; e diventa, sempre più – almeno nella propaganda di questi chiassosi paladini dei “nuovi diritti” – la quintessenza e la somma di due egoismi che si studiano a vicenda, si delimitano, si riconoscono e si accordano per ricevere il minimo del disturbo l’uno dal’altro, e il massimo del vantaggio quanto all’esercizio sfrenato della libertà personale, intesa non come libertà di perseguire il bene – quello proprio e quello altrui -, ma come inesausta rincorsa del piacere.

Il matrimonio diventa così peggio di una finzione: diventa la contraffazione di quel che esso è realmente, la caricatura orribilmente deformata di ciò che, per secoli e secoli, ha rappresentato per la nostra civiltà; diventa la consacrazione ufficiale dell’edonismo e del narcisismo eretti a sistema e il riconoscimento che nulla vi si deve opporre, in nome di un relativismo etico che si basa sul «perché no?». Un matrimonio, che sia ufficialmente riconosciuto come tale, fra due persone del medesimo sesso: perché no? Un figlio a sessant’anni: perché no? Un bambino adottato da due uomini o da due donne: perché no? Cosa c’è di male? Se esiste l’amore, perché bisognerebbe impedire a queste persone di cercare la felicità? In nome di quale diritto, di quale dovere? Se la vita non è che la ricerca del piacere e se la società e lo Stato ad altro non servono che a garantire tale diritto, mediante una meticolosa e capillare casistica giuridica, si può forse sostenere che tali conseguenze non siano perfettamente coerenti con le premesse? Evidentemente no.

Dunque, bisogna avere il coraggio di guardare dritto al cuore del problema, e non lasciarsi distrarre da aspetti del tutto secondari. Per esempio, bisogna avere l’onestà di riconoscere che una cosa è il riconoscimento del diritto alla ricerca della felicità individuale; altra cosa è affermare che questa è l’unica cosa che conta e che tutti gli altri scopi e valori, specialmente di ordine collettivo, devono esserle subordinati. Il relativismo etico si è affermato sfruttando il senso di colpa nei confronti di taluni eccessi di severità da parte della società d’un tempo: eccessi che non si verificano più da alcuni secoli. Ma i campioni dei “diritti umani” si sono dimenticati di dirlo alle masse; così come si son dimenticati di dire che, da secoli, nessun omosessuale viene più processato e arso vivo, ma che, in compenso, vi sono ambienti nei quali l’eterosessuale, se non si sottomette alle voglie omosessuali di persone potenti (datori di lavoro, produttori cinematografici, editori, registi teatrali, proprietari di case discografiche, dirigenti sportivi), può vedersi discriminato, ostacolato, ricattato in mille modi…


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