David S. Landes – La ricchezza e la povertà delle nazioni -Garzanti, 2000

Il libro di Landes è una dettagliata analisi delle cause dei divari esistenti fra lo sviluppo di varie psarti del mondo, completata da una dettagliata analisi di casi particolari e dei relativi confronti.

L’etica protestante

Weber in “Etica protestante e spirito del capitalismo” sostiene il rapporto fra protestantesimo, nella sua variante calvinista, ed ascesa del capitalismo moderno in Germania, attribuendo ciò non tanto all’abolizione di limiti o divieti, ad esempio quelli relativi all’usura, bensì alla definizione di un’etica di condotta quotidiana. La causa iniziale, sempre secondo Weber, fu la dottrina della predestinazione che, invece di incoraggiare l’edonismo o il fatalismo, incoraggiò comportamenti eticamente corretti ed economicamente produttivi in quanto essi erano considerati sicuri segni di predestinazione alla salvezza: “non tutti gli uomini buoni sono puri, ma sono pochi gli uomini buoni che non siano puri (Elizabeth Walker, 1689)”.

A tale riguardo, Talcott Parson in “Structure of Social Action” divide le azioni umane in tre categorie,

 razionali cioè appropriate ai fini, irrazionali cioè senza relazione con i fini e non razionali cioè fine a sé stesse. La fede nella predestinazione fu pertanto convertita in un codice laico di comportamento che aiutarono gli affari e l’accumulazione di capitale anche se, come sottolineato da Weber, il buon calvinista non mirava alla ricchezza che, dal suo punto di vista, era solo un prodotto secondario e, sempre secondo Weber, questa è appunto l’innovazione. Un buon calvinista non ammetteva la ricchezza conquistata senza fatica; confrontiamo il differente atteggiamento di cattolici e protestanti verso il gioco d’azzardo nei secoli dal XVI al XVIII, che ambedue condannano: i primi, tuttavia, perché si potrebbe perdere e rovinare così se stessi e la propria famiglia, i secondi perché si potrebbe vincere e l’arricchimento senza causa sarebbe stato diseducativo. La tesi di Weber fu contradetta da molti storici ed economisti, in particolare da R.H. Tawney  in “La religione e l’ascesa del capitalismo”, mentre  Robert K. Merton sostenne un nesso fra protestantesimo e sviluppo scientifico, senza peraltro portare dati a dimostrazione.

Oggi gran parte degli storici considerano infondata la tesi di Weber:  in realtà molto importante fu la diffusione dell’alfabetizzazione, conseguenza diretta della lettura della Bibbia, mentre i cattolici venivano catechizzati verbalmente, come la stessa parola “catechismo” lascia intendere (dal greco κατηχεω “istruisco oralmente” formato da κατα più εχος nell’accezione di voce); un altro fattore non secondario fu la maggiore importanza che nell’Europa settentrionale fu assegnata al tempo, come dimostrano i dati sulla produzione di orologi.

La rivoluzione industriale

 La rivoluzione industriale è comunemente identificata con una serie di innovazioni tecnologiche del XVIII secolo, prevalentemente nell’industria cotoniera britannica, nonché ad altre innovazioni correlate. Le caratteristiche di tali innovazioni furono: la sostituzione del lavoro e della capacità umana con macchine, la sostituzione di fonti di energia animata con fonti inanimate e in particolare con macchine capaci di convertire il calore in lavoro, l’utilizzo di nuove materie prime ed in particolare la sostituzione di sostanze vegetali o animali con minerali e successivamente con materie artificiali. A ciò si aggiunge la nascita della fabbrica, unità di produzione coesa con fonte d’energia centralizzata e di norma inanimata (in assenza di tale fonte di energia centralizzata esisteva solo un sistema di aziende domiciliare). Da tutto ciò conseguì un aumento della produttività e del reddito pro capite, generando una crescita che si autoalimentava permettendo la crescita demografica.

Ci si deve chiedere per quali motivi  la rivoluzione industriale sia esplosa in Gran Bretagna nel XVIII secolo e non nella Cina dei Sung (filatura della canapa, metallurgia), nell’Europa medioevale (tecnologie dei mulini ad acqua ed a vento), in Italia dal XVI al XVII secolo (torcitura della seta, cantieri navali) o in Olanda nell’epoca d’oro o addirittura nell’Impero Romano dei I e II secolo dopo Cristo. Le cause sono da ricercare nell’accumulazione di conoscenza ed esperienza, fino a raggiungere e superare una determinata soglia di sfondamento, mentre in altre parti del mondo, in particolare in area islamica e cinese, si verificò un arresto del progresso intellettuale e tecnologico che giunse ad una istituzionalizzazione del ristagno. I tre fattori tipicamente europei di progresso furono: la crescente autonomia intellettuale, la creazione di un metodo dialettico di tesi e antitesi, basato sulle prove e condiviso oltre i confini nazionali e culturali e la standardizzazione della ricerca e della sua diffusione. Un ruolo importante lo ebbe anche la disponibilità di un’adeguata fonte di energia, derivante dalla combustione del carbon fossile e, successivamente, dalla trasformazione del calore così prodotto in energia elettrica.

La lotta per la conquista dell’autonomia intellettuale era iniziata già nel medio evo, con il contrasto tra chiesa ed autorità laiche. Famoso il discorso di frate Giordano tenuto a Pisa nel 1306: “non tutte le arti sono state trovate, mai assisteremo alla fine della loro scoperta…..e si continua incessantemente a trovarne di nuove”. Dal punto di vista del metodo, si passò dalla spiegazione dei fenomeni attraverso la natura essenziale delle cose a separare le cose dalla loro natura, e s’introdusse la matematica come strumento per specificare le osservazioni e formulare risultati.

La precisione della misura del tempo passò dall’uso della clessidra e dalla recita ripetitiva di formule di qualsiasi natura a metodi meccanici basati da prima su ruote meccaniche o su flussi di acque e perfezionati con l’invenzione del pendolo, che permetteva un margine d’errore di pochi secondi al giorno.

Il caso dell’India

Nel XVII e XVIII secolo in India c’era l’industria cotoniera prima nel mondo, imbattibile per qualità, varietà e prezzo e capace di coprire la domanda interna ed esportare metà della produzione in Cina ed in Asia Sudorientale, cui s’aggiunse la domanda europea, tuttavia non vi fu un decollo industriale per la mancanza d’interesse a sostituire il lavoro con il capitale, cioè con le macchine. Gli storici indiani attribuiscono la colpa ai britannici, tuttavia si deve tenere presente che i gruppi d’interesse erano tre: i lavoratori, gli intermediari i quali anticipavano il capitale ai tessitori in cambio della promessa di consegnare il prodotto finito, ed i commercianti indiani o europei che compravano rispettivamente per il commercio interno o per la clientela europea. Gli unici interessati e in grado di promuovere lo sviluppo tecnologico avrebbero potuto essere gli intermediari indiani oppure alcune compagnie concessionarie europee, ma non è ancora del tutto chiaro perché ciò non sia avvenuto: una possibile spiegazione è nell’elasticità di offerta di lavoro a basso costo, per cui si continuò a utilizzare unità di lavoro famigliari o in alcuni casi a radunare i lavoratori sotto un unico tetto, senza tuttavia migliorare le tecnologie usate.

Il caso europeo

Le aree industriali si svilupparono per regioni omogenee che talvolta trascendevano i confini nazionali privilegiando gli aspetti sociali e culturali. Le società più pronte, nel 1815, erano in Francia, Paesi Bassi, Renania, alcune parti della Svizzera ed in Catalogna. Decisamente più arretrate la Germania, Austria, Polonia e Russia ed ancora maggiormente le aree ottomane.

L’organizzazione medioevale della manifattura era basata in associazioni verticali di operai e padroni, organizzate inizialmente per motivi sociali o di fraternità ma poi trasformatesi in società d’affari o in monopoli collettivi. Tali associazioni, note in Europa col nome di gilde o corporazioni esistevano anche in area islamica, in India Cina e Giappone con gli obiettivi di controllare l’accesso alla professione, di migliorare la qualità e restringere la competizione; esse definivano anche i criteri etici cui il lavoro doveva uniformarsi. Il loro limite fu di essere legati ai valori di piccole comunità, con limitate risorse in termini di terra e di clienti, operando pertanto in un gioco a somma nulla.

In Germania la proliferazione di gabelle rasentava la follia, con 38 sistemi tariffari nel 1815 e migliaia di autonomie locali, un grosso passo avanti fu fatto con l’unione doganale del 1834 ma il coinvolgimento totale avvenne solo negli anni ‘60 del XIX secolo. In generale, la tendenza alla centralizzazione delle monarchie europee giocò a favore dello sviluppo, demolendo un sistema basato su dazi, esazioni locali e diritti di passaggio (262).

Intorno al 1900 solo il 3% della popolazione britannica era analfabeta, contro il 48% dell’Italia, il 56% della Spagna ed il 78% del Portogallo. Tuttavia già nel XIX secolo si ebbe un inizio di sviluppo in Catalogna e nella valle del Po (267)

Una spiegazione che piace molto agli economisti politici ed agli storici economici di sinistra è il contrasto fra un centro ricco ed una periferia povera e soggetta ad un regime coloniale: tuttavia il livello di sviluppo in Europa va da ovest ad est, da nord a sud, dalle istituzioni rappresentative a quelle dispotiche. Non sono stati il denaro o le risorse a fare la differenza bensì cultura, valori e spirito d’iniziativa.

Alcuni popoli, pur arrivando a un sufficiente livello di libertà, non seppero cosa farsene.

La rivoluzione industriale non poteva certo essere innescata dalla sola imprenditoria, ma necessitava anche di una rete d’intermediari finanziari e commerciali. Queste reti furono create da gruppi fondati su affinità religiose e culturali: commercianti calvinisti o ugonotti, ebrei sefarditi, ebrei tedeschi, greci ortodossi che conoscevano la propria gente e sapevano di chi fidarsi e da chi guardarsi.

Fu importante in Francia la nascita di un nuovo soggetto d’intermediazione detto credito mobiliare, al quale la Banca di Francia concesse il titolo di cassa ma non quello di banca, riservato ad iniziative a rischio ridotto:

In Russia già dal secolo XVI, s’iniziò a perseguire l’obiettivo di mettersi al passo con l’Occidente, tuttavia questo obiettivo fu perseguito solo dall’alto, in maniera intermittente e basato sul lavoro forzato, e nel lungo periodo a pagare fu l’intero paese anche se vi furono risultati considerevoli ma fragili: un paese arretrato può emulare chi lo ha preceduto avviando l’industrializzazione in maniera più rapida,  il problema è nella capacità di superare, in un sol balzo, il divario cognitivo e di esperienza pratica che separano economia arretrata da una avanzata. Vero è che le economie in ritardo possono usufruire di tecniche sviluppate da altri tuttavia si tratta in genere di tecniche ad alta intensità di capitale, che non sembrano razionali in paesi con basso costo della manodopera.

Nella maggior parte dei casi, il fattore decisivo si rivelò il bagaglio di conoscenze tecniche e in senso più lato di istituzioni e cultura, successivamente il denaro. Fu per evitare l’esportazione in Francia delle proprie tecniche che il governo britannico promulgò, nella prima metà del XVIII secolo una legge che vietava l’emigrazione di determinate categorie di lavoratori e successive misure analoghe per una gamma sempre più ampia di attività, restata in vigore per oltre un secolo; d’altra parte, fu la persecuzione nei confronti degli ugonotti in Francia che causò una forte emigrazione verso l’Inghilterra, che fu emigrazione non solo di persone ma anche di conoscenze e tecnologia.

Il  caso americano

Nel XVIII e XIX secolo le possibilità tecnologiche e l’ampliamento della frontiera permisero lo sviluppo dell’America -Settentrionale, mentre altre società erano limitate da strutture sociali ed economiche preesistenti, nonché da un problema di consumo che, data la presenza di strutture di classe e di segmentazione dei gusti, limitarono l’adozione di prodotti standardizzati (ancora negli anni ’70 del XX secolo, molti francesi per telefonare andavano al bar o alla posta).

Il fallimento dello sviluppo dell’America Meridionale è stato attribuito dagli studiosi locali ai misfatti di nazioni più forti e ricche e dalla dipendenza che ne è derivata. Tuttavia per sottomettere una nazione sovrana ed indipendente non basta il saccheggio, ma è necessaria la disponibilità ad investire. Sintomatico il caso dell’Argentina in cui alcuni economisti sostennero che il capitale estero danneggia la crescita, altri che l’aiutano. Comunque i flussi di capitale estero non dipendono dalle condizioni offerte bensì dalle opportunità presenti nella patria d’origine.

Vi fu almeno un caso di “industrializzazione per decreto”, in  Paraguay sotto la dittatura dei Lopez in cui si ebbe un apparente sviluppo economico: il problema fu che, come in tutti gli stati basati sul riformismo idealistico, si utilizzò la forza ottenuta grazie ai miglioramenti per sconvolgere gli equilibri di potere con gli stati vicini, causando inevitabili reazioni e la distruzione stessa del paese causata dalla guerra contro la Triplice Alleanza (Brasile, Argentina, Uruguay: 1864-70)

La Cina ed il Giappone

In Cina vi era una forte resistenza alla tecnologia ed alla scienza occidentali, i gesuiti non introdussero solo l’orologio ma anche conoscenze, non sempre aggiornate, ed idee che suscitarono interesse della corte ma non oltrepassarono i confini di Pechino e mentre la scienza europea progrediva, la cultura cinese reagì rifugiandosi in opere passate e sostenendo che i gesuiti non avessero in realtà portato nulla di nuovo.

La dinastia Ching (1644-1912) fu assorbita dalla cultura cinese e nei primi anni realizzò qualche miglioramento aumentando l’offerta di beni alimentari cui però corrispose un aumento della popolazione superiore alla nuova disponibilità alimentare, la separazione che era rimasta fra governanti manchu e governanti cinesi stimolò un atteggiamento mentale di xenofobia, con periodici scoppi di furore che causarono milioni di morti e che bloccarono qualsiasi tentativo di modernizzazione economica. La meccanizzazione fu scoraggiata dall’abbondanza di manodopera e dalla riluttanza delle donne a lavorare fuori casa, ed il modello di fabbrica non aveva ancora preso piede alla fine del XIX secolo, fatte salve le piccole aree d’insediamento straniero.

In Giappone come in Inghilterra la specializzazione regionale dipendeva da un mercato nazionale unificato sia fra regione e regione che fra città e campagna, con una grossa attività di migrazione interna, viaggi di lavoro e residenze temporanee. Come in Europa si vennero a creare tecniche d’acquisto bancarie, di distribuzione e di rimessa, sulla falsa riga della rivoluzione commerciale europea precedente di alcuni secoli, ma godendo dell’ulteriore vantaggio di un’unica lingua e cultura, dell’abolizione di barriere commerciali e dello sviluppo di un’etica mercantile comune. Edo, che alla fine del XVI secolo era un piccolo villaggio di pescatori, nel XVIII secolo aveva oltre un milione di abitanti.

Pur non essendo calvinisti gli imprenditori giapponesi adottarono un’etica del lavoro simile, fondata sul lavoro e non sulla ricchezza, gli storici nipponici identificano la nascita di questa etica, con la seconda metà del periodo Edo. In Giappone come in Europa i governanti avevano capito che la prosperità dei mercanti genera profitti, e come l’Europa il Giappone era un mondo economico fortemente competitivo, composto di fatto da oltre 250 nazioni. Nel tentativo di generare reddito, i daimyō iniziarono ad introdurre migliorie ed a realizzare infrastrutture, combinando così l’iniziativa privata con il sostegno dall’alto.

In materia di energia ed elettricità, il Giappone conferma il modello per cui arrivare tardi paga.

Imperialismo e colonialismo

L’espansione europea dell’ imperialismo non ebbe carattere apocalittico, bensì fu una manifestazione di potere con una attenta analisi dei costi e dei benefici, in cui erano predominanti considerazioni opportunistiche, oltre a motivazioni collaterali come portare la civiltà, diffondere la fede e salvare le anime (più importante per i cattolici che per i protestanti), nonché l’acquisizione di prestigio. Allorché la resistenza delle popolazioni coloniali causò un aumento dei costi, l’imperialismo finì.

Diverse erano le motivazioni dell’espansione musulmana, esclusivamente religiose, per cui ogni sconfitta veniva vista come un trionfo del male. Di conseguenza dopo il momento di massima gloria (1187, riconquista di Gerusalemme), le successive sconfitte sia in Spagna che in Europa orientale causarono il  lento ma  continuo declino della causa islamica, in quanto il collegamento della fede col potere rendeva incomprensibile la perdita di potere nei confronti di società considerate infedeli.

Comunque l’errore più grande dei governi islamici ed in particolare dell’Impero Ottomano fu il rifiuto della pressa da stampa, considerata strumento di sacrilegio e di eresia. Niente contribuì maggiormente a tagliar fuori i musulmani dalla corrente del sapere: si deve dire per obiettività che un guaio simile, sia pure in maniera minore, fu una conseguenza negativa del Concilio di Trento.

Il progetto d’industrializzazione egiziana del 1834 fallì a causa dell’incapacità sociale e culturale. Esso era sostenuto da capitali di stato e funzionava solo con l’aiuto di tecnici stranieri, i pochi imprenditori locali erano piccoli imprenditori provenienti dalle minoranze copta, ebraica o greca, la cui attività era di fatto limitata alle manifatture domestiche. Inoltre l’Egitto non aveva né combustibili fossili né acqua, per cui dovette partire affidandosi all’energia animale: 250000 filatoi di cotone erano azionati da mille buoi. I britannici non aiutarono lo sviluppo industriale dell’Egitto imponendo prematuramente regole di libero commercio, quando i costi egiziani erano più alti e, anche se la materia prima era eccellente, il prodotto finale era di qualità inferiore. Gli studiosi di tendenza progressista vedono in ciò l’assassinio della rivoluzione industriale egiziana: essi si basano sul presupposto che l’industrializzazione abbia bisogno di protezione tariffaria, esenzioni fiscali, trasporti a tariffa agevolata, credito privilegiato. In realtà il vero problema è che l’Egitto non era pronto: nello stesso periodo i giapponesi prosperarono senza tariffe protettive. Si direbbe che gli storici antimperialisti cadano in contraddizione, lamentandosi da una parte che l’Egitto non abbia potuto proteggere le proprie nascenti industrie, e d’altra parte sostenendo che esse erano così valide da far paura alla concorrenza internazionale.

Essere ricchi significa avere istruzione, competenze e tecnologie. Avere denaro senza sapere come spenderlo non significa essere ricchi. Ad esempio oggi, in alcuni paesi arabi, i dati macro economici indicano un elevato tenore di vita, tuttavia esso è basato sulla vendita del petrolio, risorsa precaria ed evanescente nel lungo periodo, che, proprio a causa della sua fragilità, attira opportunisti e predatori, pubblici e privati, locali ed esteri.

L’impero europeo oltre oceano durò dal XVI secolo fino a metà del XX, circa 400 anni, un periodo lungo ma tuttavia transitorio. I termini impero ed imperialismo, in origine elogiativi, indicano l’obiettivo di dominare gli altri e pertanto un ideale di conquista militare o diplomatica. Alcuni storici hanno sostenuto che l’imperialismo fosse un prodotto secondario del capitalismo moderno, ed in particolare Lenin lo definì “lo stadio più alto del capitalismo” tuttavia la storia smentisce questa connessione, sia perché spesso esso fu un’impresa costosa ed improduttiva, sia perché esso storicamente nulla ha a che fare col capitalismo: basta pensare agli imperi dell’antichità oppure, paradossalmente, all’impero sovietico. Il luogo comune che l’imperialismo sia un’invenzione dell’occidente è palesemente falso: gli stessi pensatori progressisti che denunciano l’imperialismo europeo si gonfiano d’orgoglio per l’espansione degli Zulu o degli Ashanti.

L’imperialismo è stato un bene o un male per i popoli conquistati? Certo, fra gli scopi c’erano accaparrarsi ricchezze e lavoro e con ciò sono state arrecate sofferenze fisiche e psicologiche, ma anche vantaggi materiali diretti o indiretti, intenzionali o no. La tendenza di ogni espansione del mercato è il miglioramento dei processi di produzione. I coloni realizzarono infrastrutture, che i nativi pagarono con tasse e lavoro che gli sarebbero state estorte in ogni caso, e anche se le infrastrutture furono realizzate a beneficio dei dominatori, esse tornarono anche a vantaggio delle popolazioni locali, si pensi solo ai miglioramenti sanitari. Sotto i regimi precoloniali ciò sarebbe stato impossibile e, peggio ancora la maggioranza dei regimi succeduti al colonialismo, pur con alcune eccezioni, hanno distrutto i risultati ottenuti. Se ci chiediamo se le nazioni economicamente arretrate si sarebbero sviluppate più rapidamente senza colonialismo, l’argomentazione a favore si basa sulla libertà dallo sfruttamento e sulla capacità di imparare e cambiare, l’argomentazione contraria si basa sulla storia ed in particolare sul forte sviluppo di alcune colonie (Nord America, Finlandia, Norvegia, Hong Kong). La storia dice che la tutela può essere una scuola, molto dipende dall’insegnante: da questo punto di vista, il miglior colonizzatore è stato il Giappone, visti i risultati ottenuti in Corea del Sud ed a Taiwan.

Conclusioni

Nel 1776, Smith riteneva l’Olanda più ricca dell’Inghilterra perché aveva tassi d’interessi più bassi e salari da lavoro più alti, che Smith identificava con un’alta crescita in quanto influenzato dal caso nord americano. Di fatto gli era sfuggita la differenza fra ricchezza e crescita, fra l’essere ricchi ed essere dinamici. Di fatto gli olandesi investivano in Inghilterra ed in Francia, perché le piazze inglesi e francesi rendevano di più, e ciò era conseguenza di una crescita economica  più elevata.

Spesso si parla a sproposito di declino, confondendo il termine usato da solo con quello che si dovrebbe chiamare declino relativo, cioè perdita di quote di mercato e di settori industriali, con conseguente perdita di potere politico, che fa più male della perdita di ricchezza relativa in quanto lede la dignità e l’autostima.

Inadempienze tecnologiche e scientifiche sono state una delle principali cause della perdita del primato britannico, in particolare la difesa di settori tradizionali quali cotone ed acciaio, trascurando detergenti, medicine, produzione in massa di beni alimentari ed industria meccanica leggera.

L’economia francese si sviluppò con un sistema di direzione e pianificazione statale, sfruttando una tradizione nazionale risalente al Colbert e tramite un sistema di assorbimento dei migliori elementi delle Grandes Ecoles. (497)

L’etica giapponese della responsabilità collettiva consentì un efficace lavoro di squadra, lo scambio di idee fra lavoratori e direzione e l’attenzione al dettaglio, insieme a controlli di qualità estremamente efficienti, hanno permesso all’industria giapponese di passare dall’imitazione all’invenzione e di porre ai vertici del mercato le loro merci, che ancora prima della guerra, erano ritenute inaffidabili ed adatte solo come prodotti da quattro soldi.

La combinazione di cattiva amministrazione, dissipazione, corruzione ed indebitamento non può durare indefinitamente: si tratta di una struttura fragile e priva di vincoli d’inefficienza. Se ne trovano molti esempi in America Latina e nel mondo comunista.

Il divario fra aspettativa e realtà è addebitabile a cattiva preparazione, gli africani post coloniali non avevano esperienza di autogoverno e si basavano su reti di consanguineità e fedeltà clientelari, mascherate sotto l’aspetto del governo rappresentativo, estranee alle loro tradizioni. Le iniziative dell’epoca coloniale, che a suo tempo erano state benefiche e redditizie, erano vincolate dal contesto momentaneo e decaddero, mentre i governi finirono prigionieri dell’una o dell’altra ideologia e si dimostrarono capaci solo di saccheggiare.

La storia dello sviluppo economico ci insegna che la differenza è culturale, e sotto questo aspetto Weber aveva ragione: si pensi all’industriosità delle minoranze di emigrati, come i cinesi in Asia orientale e sud orientale, i libanesi in Africa occidentale, gli indiani in Africa orientale, ebrei e calvinisti in Europa, e così via. La cultura così intesa, nel senso di corpo di consuetudini e valori morali che caratterizza una popolazione spaventa gli studiosi per il suo odore sulfureo di razza e di eredità.

La storia del secondo millennio ci porta da un mondo d’imperi più o meno equivalenti ad un mondo di stati nazionali, di diversa potenza e ricchezza, da una popolazione di poche centinaia di milioni ad una popolazione di 10 miliardi. Tutto ciò ha avuto evidenti ricadute positive, anche se talora il potere intellettuale e materiale sia stato utilizzato a fini malefici oppure abbia causato conseguenze non volute ma nefaste. Coloro che preferirebbero tornare ai tempi antichi e cercano una rinascita spirituale nella natura, difficilmente rinunciano a libri, occhiali, abiti ed in genere sanno quando è il caso di chiamare il medico per farsi curare. L’offensiva contro la scienza e la tecnologia, spesso mascherata da una predilezione per l’istinto rispetto alla conoscenza, spaziano dalla delusione per un paradiso mai trovato al risentimento per un sapere non conosciuto, coltivando sogni millenaristici o rivoluzioni impossibili, oppure rinchiudendosi in una mitica nostalgia di società primitive. In realtà, in questi mille anni, la forza propulsiva di ciò che la maggior parte dell’umanità chiama progresso, è stata la civiltà occidentale e la sua diffusione.

La ricerca di lavoro a basso costo ha spostato lavoro dai paesi ricchi ad alcuni paesi poveri, causando evidenti reazioni negative in coloro che perdono il lavoro. Irritanti sono gli sfacciati interventi di coloro che invitano a gioire perché alcuni manufatti divengono più economici e consigliano di cercare opportunità nella coltivazione di semi di soia o nei servizi bancari, di fatto questa è una replica del consiglio che Bowring diede nel 1840 agli stati membri dell’unione doganale tedesca: coltivate grano per venderlo e comprare prodotti inglesi. L’attuale tendenza alla globalizzazione implicherà nel breve periodo un livellamento verso il basso dei salari nei paesi industrializzati, una crescente sperequazione dei redditi ed un aumento della disoccupazione. Se si vogliono fare considerazioni di lungo periodo, possono essere utili alcuni punti basati sull’esperienza storica: i profitti del commercio sono diseguali in quanto il vantaggio competitivo non è eguale per tutti ed alcune attività sono più redditizie di altre, per cui alcuni paesi faranno meglio di altri; l’esportazione e l’importazione di beni e servizi è diversa dall’importazione ed esportazione di posti di lavoro; il vantaggio competitivo non è scontato, e può rivelarsi sia un bene che un male; bisogna rispondere in maniera adatta ed a tempo debito al mercato; alcuni preferiscono arraffare e non produrre, solo un’opera di addestramento morale e di accorta vigilanza possono tenere il fenomeno sotto controllo.

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