La stabilità dei governi in Italia

Una caratteristica storica della politica italiana, già dal XIX secolo, è la cronica instabilità dei governi, soggetti ad una pressione continua da parte delle opposizioni, ma anche da parte della stessa maggioranza di governo, allo scopo di provocarne la caduta. Può sembrare strano che tali pressioni siano spesso interne alla stessa maggioranza, ma se ripassiamo la storia vedremo che una buona parte dei governi sono caduti per problemi interni alla loro compagine: fra questi lo stesso Mussolini, De Gasperi, e molti altri.

Il vizio di fondo è nel modo di intendere il sistema parlamentare che, in Italia come nella IV Repubblica francese, prevede che il governo possa essere sfiduciato in ogni momento dal parlamento. In altri paesi, che pur sono considerati democratici o persino la culla della democrazia, il capo dell’esecutivo, una volta eletto, ha un mandato che non può essere revocato se non in casi estremi e con maggioranze qualificate,  in modo da avere il tempo di attuare il programma presentato agli elettori.

Pur potendo comprendere i motivi che, nell’immediato dopoguerra, hanno portato i costituenti a questa scelta, non dobbiamo dimenticare che la costituzione è stata promulgata il 1° gennaio 1948 ed ora siamo nel 2021. Forse invece di cercare la stabilità con algoritmi elettorali, sarebbe meglio affrontare il problema alla radice: di fatto, gli algoritmi elettorali, usati in Italia a partire dagli anni ’90 del XX secolo, hanno creato più problemi di quanti non ne abbiano risolti.

Se si vuole conservare il sistema parlamentare (anche se personalmente resto dell’avviso che sarebbe preferibile un sistema semi-presidenziale come nella V Repubblica francese) ritengo sia indispensabile modificare il meccanismo di sfiducia in modo da dare maggiore stabilità ai governi.

Una volta avuta la fiducia iniziale, la stabilità potrebbe essere garantita da un meccanismo di “sfiducia costruttiva”, come peraltro avviene in molti paesi europei, oppure prevedendo per l’approvazione di una mozione di sfiducia una maggioranza qualificata, due terzi o almeno tre quinti degli aventi diritti al voto.

Risolto questo problema, potrebbe persino essere preso in considerazione il ritorno ad un sistema elettorale proporzionale.

Gianluca di Castri – 03/02/2021

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