Scienza e Fede – Galileo Galilei

“A partire dal secolo dei Lumi fino ai nostri giorni, il caso Galileo ha costituito una sorta di mito, nel quale l’immagine degli avvenimenti che ci si era costruita era abbastanza lontana dalla realtà” (Giovanni Paolo II – Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze – 31 ottobre 1992).

 

Giovanni Paolo II, nel suo discorso, ci fa notare che il caso Galileo è stato preso come “simbolo del preteso rifiuto, da parte della Chiesa, del progresso scientifico”. Mai come in questo caso è stato utilizzato un evento preciso come il processo del 1632, come spunto polemico, senza tenere in gran conto come si fossero realmente svolti i fatti ed, in particolare, senza comprendere perché Galileo fosse stato a suo tempo condannato. Come spesso avviene “la cultura dominante………pretende di far passare per verità assolute una serie di menzogne (Zichichi, Scienza e Fede, pag. 5).

Tentiamo di approfondire l’argomento:

Galileo Galilei nacque a Pisa il 15 febbraio 1564 e morì, da buon cristiano e provvisto della benedizione papale, l’8 gennaio 1642. Egli è un uomo a cavallo fra il XVI ed il XVII secolo e, per comprendere cosa sia successo, bisogna cercare di ragionare con la mentalità dell’epoca e non con quella di oggi.

All’epoca esistevano varie teorie cosmologiche, cioè sulla struttura dell’universo, tutte interessanti e nessuna dimostrata. Fra le più importanti ricordiamo:

  1. Il sistema geocentrico o tolemaico, attribuito a Claudio Tolomeo (100-178 d.C.) e fondato su studi e teorie precedenti che iniziano con Platone (428-347 a.C.) ed Aristotele (384-322 a.C.); esso era il sistema cosmologico più diffuso almeno fino al XV secolo e sul quale è fondata, ad esempio, la cosmologia della Divina Commedia, ed era costituito da cinque punti fondamentali:

    1. il cielo è sferico,

    2. la Terra è sferica,

    3. la Terra è posta al centro dell’universo,

    4. essa è come un punto (rispetto al raggio del cielo delle stelle fisse) e

    5. non è soggetta ad alcun movimento, neanche di rotazione su se stessa.

  2. Il sistema eliocentrico o copernicano, che partiva da idee già presenti in Aristarco di Samo (310-230 a.C.), poi riprese da Nicola Oresme, Vescovo di Lisieux (1323-1358), Giovanni Buridano (1300-1358), Nicola di Cusa (cardinale, 1401-1464) ed altri, e che era stato nuovamente proposto, in maniera organica, da Nicolò Copernico (1473-1543); Galileo era stato invitato ad insegnarlo da Cesare Baronio (venerabile, 1538-1607). Il sistema era fondato sull’ipotesi che il Sole fosse immobile e posto al centro dell’universo e che i pianeti ruotassero intorno ad esso; le leggi che lo regolano erano state enunciate da Keplero (1571-1630); esso si scontrava, all’epoca, con difficoltà di carattere fisico, collegate alla scarsa conoscenza della natura del moto, nonché con difficoltà teologiche dovute ad alcuni passi della Sacre Scritture (in particolare Gs, 10, 12-13).

  3. Il sistema di Tycho Brahe (1546-1601), che all’epoca era giudicato molto attendibile anche se oggi può sembrare particolarmente cervellotico. Esso era in parte eliocentrico ed in parte geocentrico: secondo questo sistema, infatti, il Sole ruota intorno alla Terra ma gli altri corpi celesti ruotano intorno al Sole.

Tutte queste erano teorie all’epoca non dimostrate né dimostrabili; nessuno dei loro autori o sostenitori fu mai oggetto delle attenzioni dell’Inquisizione, appunto perché essi tutti ammettevano trattarsi di teorie o di metodi di calcolo, e non di verità assolute. Sarà interessante notare che la prova della validità del sistema eliocentrico si ha con gli esperimenti di Bessel (1784-1846) e di Foucault (1819-1868) circa due secoli dopo Galileo: certo, oggi tutti siamo capaci di dire “che Galileo aveva ragione”.

Tentiamo ora di ricostruire, per sommi capi, gli eventi che portarono al processo ed alla condanna di Galileo. La storia inizia nel 1611, allorché Galileo pubblicò i suoi studi astronomici che, pur non dimostrando la validità del sistema copernicano, sono un notevole contributo a favore dello stesso; ne ottenne molti onori e si attirò molte invidie, in particolare da parte dei suoi colleghi, invidie che furono obiettivamente da lui aggravate a causa della sua arroganza e del suo pessimo carattere. È noto il problema delle macchie solari; famoso è l’episodio del filosofo Cesare Cremonini che si rifiutò di guardare nel telescopio, meno noto è il fatto che in tale frangente Galileo fu sostenuto dagli astronomi gesuiti che confermarono le sue scoperte, dietro insistenza di Roberto Bellarmino (1542-1621), poi Cardinale e Capo del Santo Uffizio ed infine Santo e Dottore della Chiesa.

Galileo, che aveva avuto un’importante intuizione ma non era in grado di dimostrarla, spostò la discussione sul piano teologico scrivendo che “è giunta l’ora, per la Chiesa, di chiarire il senso delle Scritture interpretandole alla luce della dottrina copernicana”. Ma, non dimentichiamolo, la teoria non era affatto provata e si trattava di un’idea decisamente prematura.

Nelle “Lettere copernicane” Galileo prese posizione a favore della teoria eliocentrica, e fin qui nulla di male. Il suo errore fu di fondare le sue argomentazioni nel testo biblico e di presentarle, appunto, come verità assoluta; nel 1615 egli fu chiamato a Roma ad esporre le sue teorie al Collegio Cardinalizio; ne uscì promettendo di togliere, dalle successive edizioni, i riferimenti biblici e di restare nell’ambito scientifico, senza sconfinare nella teologia, promessa che di fatto non mantenne.

Nel 1616 fu pubblicato un decreto della Congregazione dell’Indice in cui si dichiarava che il sistema copernicano era errato e contrario alla Scrittura; tuttavia il cardinale Roberto Bellarmino riconobbe pubblicamente la buona fede di Galileo.

Dopo aver richiesto, nel 1624, ad Urbano VIII la revoca della delibera del 1616, Galileo pubblicò, con imprimatur ecclesiastico, il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano”; in tale testo, presentato come una disputa fra sostenitori dei due sistemi, la figura del difensore del sistema tolemaico era identificata con un tal Simplicio (il nome già dice tutto), che fu all’epoca visto come una satira rivolta al Papa Urbano VIII, che aveva difeso il sistema tolemaico . Nella mentalità dell’epoca, ciò non era accettabile per cui Galileo fu convocato dinnanzi al Santo Uffizio, ove si recò l’anno seguente avendo chiesto un rinvio per motivi di salute.

Il processo iniziò il 12 aprile 1633 e si concluse il 22 giugno; Galileo fu costretto all’abiura (cioè a disconoscere le sue teorie) e condannato al domicilio coatto a Siena, convertito dopo alcuni mesi in una forma che oggi definiremmo “arresti domiciliari” nel sua villa in Arcetri; fu condannato altresì a recitare per tre anni, una volta alla settimana, i sette salmi penitenziali. Egli dovette riconoscere che “nelle scienze naturali non possono essere raggiunte conclusioni definitive”, ma la tortura e la famosa frase «eppur si muove!» (inventata da Giuseppe Baretti nel 1757) sono leggende posteriori.

Sappiamo che successivamente la Chiesa ha rivisto le sue posizioni, per ultimo ad opera di papa Giovanni Paolo II, in seguito ai lavori di una commissione di cui erano membri, oltre a storici ed astronomi, i cardinali Martini e Poupard; ignorando completamente lo svolgimento dei lavori e probabilmente senza avere neanche letto i testi, alcuni giornalisti parlarono di “tardiva riabilitazione di Galileo”. Come erano andate le cose, in realtà?

Nel 1741, di fronte alla prova ottica, peraltro non conclusiva, del moto di rotazione della Terra erano stati revocati tutti i divieti che pesavano sulle opere di Galileo (ancora una volta, la rilettura dei documenti d’archivio è di importanza fondamentale); il processo era stato annullato nel 1820, dunque, semmai, di tardiva riabilitazione si sarebbe dovuto parlare in tale data, o addirittura nel 1741.

I contenuti dell’intervento della commissione voluta da Giovanni Paolo II sono:

  • il riconoscimento della buona fede di tutti; si riconosce il fatto che i giudici caddero in un “errore soggettivo di giudizio”, ma si afferma che ciò era, in base alle cognizioni scientifiche dell’epoca, inevitabile;

  • la presa di coscienza del fatto che situazioni analoghe potrebbero ripresentarsi ed il richiamo ai limiti delle rispettive competenze;

  • l’affermazione sul senso finale della scienza che “concerne quanto c’è di più profondo nell’essere umano allorché, trascendendo il mondo e se stesso, si rivolge a Colui che è Creatore di ogni cosa”.

Un’ultima sottigliezza: l’aver riconosciuto l’errore non tocca il dogma dell’infallibilità, in quanto si trattava di un semplice decreto, ancorché emesso da uomini di Chiesa, e non di un dogma.

Ma cosa dice, oggi, la tanto decantata scienza? Ebbene, la fisica moderna ha una posizione che sarebbe senz’altro sottoscritta anche dal cardinale Bellarmino, in quanto tutti sono ormai convinti che le teorie, in particolare le teorie cosmologiche, sono strumenti e non verità assolute (Popper, Congetture e refutazioni, 1962; Burckhardt, Scienza moderna e saggezza tradizionale, 1968); in definitiva, Bellarmino aveva ragione quando spiegava che la scienza, per sua natura, non può fornire certezze indubitabili.

Tentiamo di trarre alcune conclusioni:

  • Galileo fu uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, anche se deve la sua grandezza a risultati che nulla hanno a che fare con la leggenda costruita su di lui. Egli non fece mai cadere le palle di cannone dalla torre di Pisa, non dimostrò che la Terra si muovesse e non diede un sostanziale contributo all’astronomia teorica; i suoi veri titoli di merito sono le leggi del pendolo, della caduta dei gravi, dell’elasticità; egli fu, inoltre, il pioniere del metodo sperimentale (e forse è questo il suo merito principale). I suoi errori furono il non aver rispettato i suoi limiti di competenza ed aver sconfinato in campo teologico e l’aver presentato una teoria come verità assoluta; si trattò di errori tipici dell’uomo rinascimentale, e spesso anche dell’uomo moderno.

  • La Chiesa aveva le sue ragioni per considerare il sistema copernicano solo una teoria e non una verità assoluta, d’altra parte la scoperta del moto proprio del Sole e, successivamente, la teoria della relatività lo hanno in parte invalidato e superato. All’epoca, come abbiamo già detto, il sistema non era dimostrato né dimostrabile. Certo, il processo a Galileo fu un errore, oggi è facile dirlo anche se all’epoca si trattò di un errore forse inevitabile.

Gianluca di Castri

Fonti:

  • Rodney Stark, For the Glory of God, Princeton University Press, 2003

  • Rino Cammilleri, Il caso Galileo, Il Timone, Novara, 2004

  • Zichichi, Galilei divin uomo, il Saggiatore,Milano, 2001

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