Vincere le guerre è facile, il difficile è perderle

Come è noto, mio padre era un militare di carriera: aveva partecipato alla prima guerra mondiale, chiamato alle armi nel 1917 come tutti gli appartenenti alla classe 1899, successivamente era stato in varie sedi italiane negli anni ’20, fatto salvo un breve periodo in Libia durante le operazioni di rioccupazione, per poi essere trasferito in Africa Orientale alla fine del decennio o all’inizio del successivo e prendere parte alla guerra etiopica prima e poi alla seconda guerra mondiale sulla fronte del Giuba, ove era stato fatto prigioniero dagli inglesi nel 1941.

Ricordo che spesso diceva la frase che costituisce il titolo di questo articolo, e tenterò ora di spiegare cosa intendesse dire: la vittoria è in fondo facile, tutti sono contenti esclusi i morti, che comunque si riesce a seppellire o comunque a onorare, e i feriti che tuttavia possono essere curati nei limiti del possibile.

In caso di sconfitta il discorso è completamente diverso: il compito di un comandante è quello di mantenere uniti gli uomini al suo comando, che sono demoralizzati e che, nel caso delle truppe di colore tendono a defezionare (egli era comandante dell’VIII gruppo dubat con il grado di maggiore e poi di tenente colonnello) al punto che egli fu a un certo punto costretto a lasciarli liberi, mi raccontò di aver detto loro che “neri fra neri, avrebbero potuto andare dove volevano ed evitare di essere presi prigionieri dal nemico” e continuò una difficile marcia con i pochi italiani superstiti tentando di rientrare in una zona ancora sotto il nostro controllo, senza peraltro riuscire a evitare di essere preso prigioniero dagli inglesi, che comunque si misero sull’attenti e gli presentarono le armi. In prigionia gli italiani con lui catturati continuarono a fare riferimento a lui e dopo la guerra continuarono a scrivergli e alcuni a venirlo a trovare. Ricordo di averne conosciuti alcuni, inutile dire che ormai saranno tutti morti.

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