Racconto breve

Dal blog ENTERPRISE di Francesco di Castri

Il treno era poco più affollato del solito, ma Giacomo era riuscito comunque a prenotare un posto dal lato corridoio, quindi con un lato potenzialmente libero.

Purtroppo, gli era rimasto dentro, quel tipo di comportamento: anche quando entrava in una sala di un ristorante per un innocuo pranzo, automaticamente contava i presenti e verificava quante uscite ci fossero. E se poteva scegliere, mai le spalle all’uscita. D’altra parte, anni di addestramento nell’antiterrorismo volevano dire qualcosa.

Non erano le uniche fissazioni di Giacomo, ovviamente. “Come tutti”, amava ripetere, “ho le mie fisse. Alcune più grandi, altre più piccole; posso dire, però, che la maggior parte delle mie fissazioni non creano danno a nessuno. Anzi. Chi è stato militare, figlio e nipote di militari, certi comportamenti se li porta dietro tutta la vita.”

Mentre osservava la gente entrare e uscire dallo scompartimento, alla persona davanti a lui cadde la bottiglietta dell’acqua. La raccolse e la porse accennando un sorriso. “Prego signorina. Non vorrà mica perdersi proprio questo souvenir!”. La ragazza ringraziò timidamente e tornò a leggere il romanzo rosa nella quale era assorta prima dell’episodio.

Ad un certo punto, però, si fermò, guardò Giacomo negli occhi e disse “Come fa a sapere che è un souvenir? E perché mi ha chiamata “signorina”?”

Giacomo sorrise sornione, come faceva sempre quando doveva spiegare i “trucchi” del mestiere a qualcuno.

“Beh, ho notato che ha una fedina appesa alla collanina ma nessuna all’anulare sinistro, per cui mi sento di affermare che sia il ricordo di un rapporto finito, molto probabilmente bruscamente.”, iniziò, “e non ha sicuramente un compagno o un fidanzato perché sarebbe inopportuno indossarla davanti a lui”. “Inoltre”, continuò, “sta leggendo quel tipo di romanzo che in genere legge chi, con grande fiducia nell’universo maschile, spera di incontrare il cosiddetto “principe azzurro” o quantomeno qualcuno che possa renderla felice”.

La ragazza annuì leggermente. “E la bottiglia? Perché l’ha chiamata souvenir?”, chiese.

“Beh, ho tirato ad indovinare, ma mi dica se ho sbagliato qualcosa. Lei di recente è stata in crociera, però a metà viaggio ha abbandonato la nave ed è tornata con un aereo in Italia. E ora ha preso il treno per tornare a casa. E quella bottiglia probabilmente le ricorda l’ufficiale di bordo, o, meglio, il sottufficiale, per il quale ha provato una forte simpatia, ma per il cui comportamento ha interrotto il suo viaggio. Infatti, quel tipo di bottigliette vengono vendute solo a bordo delle navi da crociera, ed essendo vuota, lei la tiene con sé per ricordo”.

La ragazza trasecolò “Ma… ma… come fa a sapere queste cose? Lei chi è? Mi sta spiando? Da quanto?”

Senza accorgersene, il suo tono di voce stava pericolosamente salendo, così che Giacomo dovette tranquillizzarla molto velocemente.

“No, stia tranquilla, tant’è vero che non so come si chiama, però ipotizzerei Daniela o Daria, viste le iniziali cucite sulla camicetta”.

“Lei è incredibile! Ma chi è, Sherlock Holmes?”

“Beh, mi fa piacere sentire che non legge solo i romanzi di Rosamunde Pilcher, ma d’altronde, avendo frequentato il liceo immagino sia una buona lettrice!”

A quest’ultima affermazione di Giacomo il viso della ragazza si rilassò, anzi, a quel punto iniziò proprio a ridere, seguita immediatamente da lui.

“Non glielo chiedo neanche, come fa a sapere che ho frequentato il liceo, ormai mi arrendo. E sì, mi chiamo Daniela. Piacere”. “Giacomo, molto lieto”.


Il viaggio proseguiva tranquillo, quando ad un certo puntò andò via la luce. Giacomo, che stava riposando, aprì anche l’altro occhio e accese subito la torcia del telefono. Daniela non c’era più!

Giacomo si alzò di scatto, con la torcia del telefono che illuminava il posto vuoto. “Daniela?” chiamò, ma non ci fu risposta. Si guardò intorno, cercando di capire cosa fosse successo.

Mentre si avvicinava alla porta dello scompartimento, notò qualcosa sul sedile di Daniela: una piccola busta. La raccolse e la aprì. Dentro c’era un biglietto scritto a mano:

“Grazie per avermi fatto sorridere oggi. Ho dovuto scendere alla stazione precedente, ma spero che ci rivedremo. Daniela.”

Giacomo sospirò di sollievo, ma non poté fare a meno di sentirsi un po’ deluso. Si sedette di nuovo, tenendo il biglietto tra le mani. Il treno riprese a muoversi, e Giacomo si ritrovò a pensare a quella strana coincidenza.

Improvvisamente, il treno si fermò bruscamente, gettando Giacomo in avanti. Le luci si riaccesero e una voce metallica annunciò: “Attenzione, passeggeri. A causa di un’emergenza, tutti devono evacuare il treno immediatamente.”

Giacomo si alzò e seguì la folla verso l’uscita, ma qualcosa lo spinse a guardare indietro. Vide un’ombra muoversi rapidamente verso di lui. Prima che potesse reagire, sentì una mano sulla spalla.

“Non ti muovere,” sussurrò una voce familiare. Era Daniela, ma il suo volto era serio, gli occhi pieni di determinazione. “C’è qualcosa che devi sapere.”

Giacomo la guardò, confuso. “Cosa sta succedendo?”

“Non c’è tempo per spiegare,” rispose Daniela, tirandolo verso una porta laterale. “Devi fidarti di me.”

Senza ulteriori domande, Giacomo la seguì. Uscirono dal treno e si ritrovarono in un tunnel buio. Daniela accese una torcia e iniziò a correre, con Giacomo che la seguiva da vicino.

“Dove stiamo andando?” chiese, cercando di tenere il passo.

“Devo portarti in un posto sicuro,” rispose Daniela. “Non sei chi pensi di essere, Giacomo. E ci sono persone che ti stanno cercando.”

Giacomo sentì un brivido lungo la schiena. “Cosa intendi?”

Daniela si fermò e lo guardò negli occhi. “Tu custodisci un segreto senza saperlo, e qualcuno di molto “cattivo” lo ha scoperto. Non possiamo permetterci che ti prendano.”

Giacomo, o meglio Alessandro, sentì il mondo girare intorno a lui. “Cosa devo fare?”

Daniela sorrise leggermente. “Seguimi, e ti spiegherò tutto.”


A Giacomo quella situazione non piaceva per niente, anche perché era stato ingannato veramente bene. Quindi, dedusse che chi lo aveva “adescato”, lo conoscesse molto profondamente.

Mentre seguiva la ragazza, iniziò a fare mente locale a chi potesse aver rivelato a Daniela quelli che lui chiamava “giochi di prestigio”, che in realtà aveva imparato da un mentalista, Jürgen Hoffmann, ex criminale poi passato tra le fila dell’Interpol.

Daniela si fermò davanti ad una porta, digitò un codice, e la porta si sbloccò con un suono metallico.

Girò la maniglia ed entrò. Giacomo la seguì, e i suoi occhi ci misero qualche secondo per abituarsi alla luce del locale. La persona che era nella stanza lo guardò, e sorridendo gli disse: “Siediti pure, Giacomo, adesso ti spiego tutto.”

“Ma… non è possibile! Tu sei morto! L’ho visto, ti ho visto nella bara e ti ho visto mentre la calavano nel fosso al cimitero!”

“Sei davvero sicuro di quello che hai visto?”


Il mare a Capri era davvero bello, quel giorno. La barca a vela stava solcando le onde placidamente, mentre un Giacomo quindicenne stava provando a ricordare tutte le strane manovre che gli aveva insegnato il padre, che lo osservava dalla poppa della barca.

Quella più famosa e simpatica era “cazza la randa”, quando doveva tirare il cavo che serve a fissare allo scafo la parte inferiore di una vela, ma anche “tira dentro la mutanda” (quando la vela che sta a prua, che si chiama fiocco, resta bloccata e bisogna sbloccarla manualmente) o “regola il paterazzo”, che significa sistemare la cima che collega la testa d’albero con la poppa, lo facevano sempre sorridere.

Mentre era al timone, sentì un rumore sordo. Sì girò, e vide che il padre era con le mani sul petto. Rimase qualche istante così, e cadde in acqua.

Giacomo fu velocissimo, bloccò il timone in modo che la barca facesse un giro a 360 gradi, in modo da rimanere in zona, e si buttò in acqua. Niente, non trovava il padre. Sempre più nel panico, risalì sulla barca e solo allora vide un motoscafo nero che si allontanava.

Andò alla radio e chiamò la Capitaneria, che in breve tempo raggiunse la sua posizione. Giacomo fu portato via a forza, perché dissero che non volevano intralci nelle ricerche. La mattina dopo, lo chiamarono dicendo di aver recuperato il cadavere: il magistrato di turno aveva disposto il sequestro della salma che era stata trasportata all’obitorio dell’Istituto di medicina legale dove nei giorni seguenti sarebbe stata effettuata l’autopsia.

Quando i medici legali restituirono il corpo (morte per arresto cardiaco, diceva l’autopsia – ma Giacomo non ci poteva credere, il padre era in piena salute), la sorella maggiore di Giacomo aveva già predisposto tutto per la sepoltura nella tomba di famiglia, di fianco alla moglie, morta qualche anno prima per un male incurabile.

Al cimitero Giacomo era imbambolato, mentre vedeva la bara andare giù, e si promise che non avrebbe mai più pianto in vita sua.


“Papà?” disse Giacomo.

“Sì, mi dispiace che tu lo abbia scoperto in questo modo, ma non potevo permettere che ti prendessero.”

“Ma perché sei sparito così vent’anni fa? E perché non me lo hai detto?”

“Dovevo proteggere te e tua sorella. Ma nonostante tutto non è bastato. Poi ti spiegherò.”

Daniela gli tese la mano “Daniela Hoffmann, piacere. Lavoro per tuo padre da sempre. Come prima di me, mio padre Jürgen. Puoi chiudere la bocca, o ci entrerà qualche mosca!”

Giacomo era stupito. Poche volte nella vita era stato in balia degli eventi come quella volta. “Ok, adesso sediamoci e parliamo”, disse al padre recuperando la lucidità. “E con te, miss Pilcher, facciamo i conti dopo!”

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