I cristiani e l’ambiente

I cristiani e l’ambiente

(Gianluca di Castri – 21 aprile 2007)

 

L’ “AMBIENTALISMO CRISTIANO”

Oggi si parla molto di difesa dell’ambiente, e ciò è bene; meno bene è che se ne parli solo in concomitanza con previsioni per lo più catastrofiche eseguite da vari enti, privati o pubblici, più o meno accreditati presso organismi nazionali ed internazionali. Interessi politici ed economici sovrastano il problema ambientale, e ciò è altrettanto vero sia per coloro che lo sottovalutano sia per coloro che lo esasperano; riteniamo di fare comunque cosa utile tentando di portare un po’ di chiarezza.

Innanzi tutto, bisogna porsi una domanda di fondo: l’ambiente deve essere qualcosa da conservare invariato, una sorta di Dio-Natura, oppure deve essere considerato uno strumento per migliorare la qualità della vita umana?

Essendo cristiani, noi partiremo dalla Parola di Dio. Il rapporto dell’uomo con l’ambiente, o meglio con il creato, è definito già nel libro della Genesi, in particolare in Genesi 1, 26-29 e 2, 15. Da questi passi risulta che Dio ha affidato all’uomo il compito di “soggiogare la terra e dominare sui pesci del mare, gli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” e di “coltivare e custodire” il creato.

Il compito dell’uomo, o se preferite dell’umanità, è pertanto quello di “presiedere responsabilmente a tutto quanto riguarda la vita sulla terra facendosi garante, in nome di Dio, del bene della creazione, difendendone l’ordine e l’armonia e conservandone la bellezza1”. L’uomo è colui al quale Dio consegna la sua creazione, che deve essere coltivata, in quanto possiede potenzialità che l’uomo stesso potrà e dovrà sviluppare; egli tuttavia non deve sentirsi padrone del creato, bensì custode, con la responsabilità di non dissiparne le ricchezze. Si intravede qui una “teologia del lavoro e della civiltà2”, con una visione altamente positiva del lavoro.

Il dominio accordato dal Creatore all’uomo non è dominio assoluto, è diritto di usare ma non di abusare3, come è espresso anche dal divieto di mangiare il frutto dell’albero (Genesi, 2-16). Tentando di riassumere il concetto, coltivare e custodire significa usare il frutto della natura per le proprie esigenze ed il proprio sviluppo, giungendo fino ad introdurre miglioramenti che, pur essendo già in potenza presenti nella creazione, non siano ancora in atto. L’uomo deve coltivare e non sfruttare, curare, sviluppare, governare e non distruggere; tuttavia egli sa che la natura è un mezzo e non un fine.

Bisogna stare molto attenti a quest’ultima frase, perché è proprio qui che si trova la differenza fra la visione cristiana dell’ambiente e la visione di alcuni movimenti ambientalisti, che, confondendo il fine con il mezzo, giungono ad una visione della natura divinizzata ed immobile e ad una visione dell’uomo come “cancro del pianeta”.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II aveva più volte parlato di problemi ambientali e del rapporto fra uomo ed ambiente, in particolare nella lettera enciclica Sollicitudo rei socialis. Nel 1988, a Strasburgo, aveva detto: «Accogliere il mondo come un dono di Dio. Non disprezzarlo, non catturarlo per sé, ma rendere grazie….Ma l’uomo non può restare in posizione passiva, timorosa della natura. Dio lo ha chiamato a dominare la natura. Gli ha donato l’intelligenza per scoprirne le leggi e i segreti, per controllarla. È il senso del lavoro. Il mondo è affidato alle mani dell’uomo ed al suo genio creativo, al suo coraggio. L’intervento umano non ha che il rispetto di Dio come limite al rispetto della vita e della dignità degli uomini e anche la prudenza per non rompere gli equilibri della natura. Ecco la grandezza dell’uomo»4

Il 5 giugno 2004, in occasione della “giornata mondiale per l’ambiente”, è stata presentata ad Assisi la Carta dei Cristiani per l’Ambiente, atto costitutivo per l’azione dei cristiani. Essa è ispirata al libro della Genesi, agli scritti di san Benedetto, di san Francesco e di san Tommaso d’Aquino ed al Magistero della Chiesa, in particolare agli insegnamenti di Giovanni Paolo II.

La Carta5 rifiuta la visione dell’uomo come “cancro del pianeta” e di una natura divinizzata ed immobile e ripone la propria fiducia innanzitutto nel Creatore, e successivamente in una cultura ambientale che guardi all’uomo con più ottimismo.

Quali sono, in definitiva, i doveri del cristiano nei riguardi dell’ambiente? Troviamo la risposta nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, che tratta la questione ambientale dedicandole l’intero capitolo decimo, intitolato, “la salvaguardia dell’ambiente”. Tentiamo di evidenziarne, sulla falsariga di un articolo di Monsignor Giampaolo Crepaldi6, le più significative affermazioni:

  1. La persona umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, è posta al di sopra di tutte le altre creature terrene, che deve usare e curare in modo responsabile.
  2. Non si deve ridurre utilitaristicamente la natura a mero oggetto di manipolazione e sfruttamento né si deve assolutizzare la natura o sovrapporla in dignità alla stessa persona umana.
  3. La questione ambientale odierna coinvolge l’intero pianeta e la tutela dell’ambiente costituisce una sfida per l’umanità intera; si tratta del dovere, comune ed universale, di rispettare un bene collettivo.
  4. Nell’approccio alla questione ambientale si deve far valere il primato dell’etica sulla tecnica.
  5. In una corretta impostazione della questione ambientale, la natura non va considerata una realtà sacra o divina, sottratta all’azione umana.
  6. La questione ambientale evidenzia la necessità di armonizzare le politiche dello sviluppo con le politiche ambientali, a livello nazionale ed internazionale.
  7. La questione ambientale richiede che si operi attivamente per lo sviluppo integrale e solidale delle regioni più povere del pianeta.
  8. La questione ambientale richiede la collaborazione internazionale, attraverso la ratifica di accordi mondiali sanciti dal diritto internazionale.
  9. La questione ambientale sollecita un effettivo cambiamento di mentalità che induca ad adottare nuovi stili di vita.
  10. La questione ambientale richiede anche una risposta a livello di spiritualità, ispirata alla convinzione che il creato è un dono, che Dio ha messo nelle mani responsabili dell’uomo affinché ne usi con amorevole cura.

 

ALTRE VISIONI DEL RAPPORTO FRA UOMO ED AMBIENTE

Malthus

Il primo profeta di sventura dei tempi moderni è stato Thomas Robert Malthus (1766-1834)7. Riassumendo al massimo le sue teorie, tutte successivamente smentite dalla realtà, Malthus sosteneva che:

  • Mentre la crescita della popolazione avviene in progressione geometrica(1,2,4,8,….), quella dei mezzi di sussistenza avviene solo in progressionearitmetica (1,2,3,4……). I dati sullo sviluppo economico dai suoi tempi ad oggi hanno ampiamente smentito la sua ipotesi, tratteremo in altra sede del rapporto fra popolazione e sviluppo.
  • Le classi lavoratrici tendono a reagire a un miglioramento del tenore di vita con un aumento della procreazione tale da annullarne gli effetti e riportare il tenore di vita a livello di sussistenza. I dati che abbiamo oggi sui fenomeni di transizione demografica dimostrano esattamente il contrario, al punto che nei paesi ove il tenore di vita è alto oggi la preoccupazione è semmai per una natalità troppo bassa.
  • Il rendimento dei terreni tende a decrescere con la messa a coltura di terre non adatte alla coltivazione. Anche in questo caso l’evoluzione dell’agricoltura ha smentito l’ipotesi.

Ancora oggi, tuttavia, sia pur sotto altre forme, le ipotesi maltusiane continuano ad essere diffuse e propagandate, anche da autorevoli organismi internazionali. Ci domandiamo: ma non si tratta di ipotesi già abbastanza dequalificate? Se fossero state vere, anche solo in parte, come avrebbe potuto il tenore di vita dell’umanità aumentare in maniera così imponente dai suoi tempi ad oggi?

L’ipotesi Gaia8

L’ “ipotesi Gaia” nasce da un modello matematico, elaborato inizialmente da Lovelock negli anni ’60 e pubblicato nel 1979; esso era appunto un modello di lavoro che proponeva di studiare le parti viventi e non viventi della terra come componenti di un sistema complesso, in cui esse interagiscono come se fossero parti di un essere vivente. Il modello non aveva alcuna pretesa mistica o religiosa, ma era appunto uno strumento di lavoro.

La teoria di Lovelock è stata da altri portata agli estremi ed utilizzata per fini diversi da quelli che Lovelock stesso si proponeva. I suoi seguaci hanno travisato le ipotesi da lui formulate sino a giungere a definire la Terra stessa come un essere vivente, dando origine a pesanti polemiche, tanto è vero che Lynn Margulis, coautrice di Lovelock, ebbe a chiarire che “la Terra non è un organismo vivente che può vivere e morire, bensì una sorta di comunità fiduciaria che può esistere a diversi livelli di integrazione9”.

Per quanto ci concerne il modello di Lovelock è comunque un modello che può essere utilizzato nei limiti in cui esso si riveli utile e rispondente alla realtà, la visione di Lovelock, pur se non coincide con la visione cristiana, è comunque degna di rispetto e di studio.

Il “cancro del pianeta”

Sulla base delle ipotesi di Lovelock, alcuni studiosi hanno paragonato la civiltà umana, nelle sue varie manifestazioni, ad un cancro in un organismo vivente, identificato con l’ecosistema nella sua globalità. Questa scuola di pensiero sostiene l’analogia fra lo sviluppo umano, sulla Terra, e lo sviluppo delle cellule metastatiche in un organismo malato di tumore, e di qui nasce il termine “cancro del pianeta”, coniato per definire l’umanità10; sembrerebbe che in origine anche questo fosse solo un modello matematico che, per quanto discutibile, sarebbe stato ammissibile come strumento di studio e di analisi. Se però pensiamo veramente che l’uomo e la sua civiltà, pur con tutti i loro limiti e difetti, siano come il cancro, ciò significa che abbiamo perso del tutto la fiducia nell’opera creatrice di Dio e nella di lui attività provvidenziale, nonché nel genere umano. Certo, chi vuole è libero di pensarlo, ma non può più dirsi cristiano.

La stessa visione negativa dell’umanità si trova in coloro che sostengono che, se non ci fosse l’uomo o se l’uomo scomparisse, il nostro pianeta “nel giro di pochi anni tornerebbe ad essere un paradiso11”; questa visione di paradiso è molto lontana dal nostro pensiero, ci sembra una visione desolata che ci ricorda un film di fantascienza. Ma poi, a cosa serve un paradiso senza l’uomo? La creazione è finalizzata all’uomo; proviamo, ancora una volta, a rileggere Genesi 1, 26.

Anche senza giungere a questi estremi, molti personaggi ed enti autorevoli hanno sostenuto e tuttora sostengono che la terra è sovrappopolata e che è opportuna una più o meno drastica riduzione della popolazione mondiale per la salvaguardia dell’ambiente. Ricordiamo fra questi il Rockfeller Brother Fund12 che promuove esplicitamente l’istituzione di quote per la riduzione della popolazione e programmi di sterilizzazione nei paesi meno sviluppati e le politiche di limitazione forzata delle nascite in India ed in Cina; simili impostazioni sono state sostenute da organismi come il “Club di Roma”, che ha riproposto in chiave moderna alcune teorie maltusiane, corredandole anche di previsioni, che una dopo l’altra sono state smentite dalla realtà.

Ambientalismo e neopaganesimo

Alcuni fra i movimenti ambientalisti sono giunti a divinizzare la natura stessa, proponendo, sia pur non esplicitamente, il culto della Grande Madre, presente nelle religioni primitive, o altre forme di panteismo13 o di animismo14 che sono sempre esistite nella storia della filosofia.

La conseguenza di tali visioni è che l’atteggiamento nei riguardi della natura sia quello di contemplarla e venerarla, escludendo lo studio e l’intervento di trasformazione ed introduzione della tecnologia.

Ciò che è doloroso non è l’esistenza di visioni non cristiane, ma il fatto che molti cristiani, pur continuando, talora in buona fede, a considerarsi tali, condividano in tutto o in parte queste forme di neopaganesimo.

 

 

 

La “decrescita”

La teoria della decrescita15 sostiene che la crescita economica – intesa come accrescimento costante di uno solo degli indicatori economici possibili, il Prodotto Interno Lordo (PIL) – non sia sostenibile per l’ecosistema della terra. Questa idea è in completo contrasto con la teoria politica corrente, che pone l’aumento del livello di vita, rappresentato dall’aumento del PIL, come obiettivo di ogni società moderna.

A noi cristiani, sembra una teoria nel complesso non accettabile, in quanto in essa non vi è fiducia nella provvidenza divina né nelle capacità di sviluppo e promozione dell’umanità. Possiamo condividere che il PIL consenta solo una misura parziale della ricchezza e che, se si intende ristabilire tutta la varietà della ricchezza possibile, non si possa utilizzare il PIL come unico indicatore. Un esempio di indicatore non basato esclusivamente sul PIL è l’ HDI – Human Development Index16: si tratta di un parametro che tiene in conto il PIL, il tasso di alfabetizzazione e la speranza di vita alla nascita; il suo limite è di essere un parametro relativo e non assoluto.

Non si deve cadere nell’errore di rifiutare il progresso in nome della difesa dell’ambiente, perché di fatto è solo il progresso, condotto in maniera eticamente corretta, che può salvaguardare l’ambiente. Dice Chicco Testa: «tra i verdi c’è chi pensa che ambientalismo voglia dire pauperismo; hanno queste fissazioni, se la prendono con i simboli, la lavatrice, il condizionatore, la lavastoviglie, ma poi usano l’automobile17». Purtroppo questo atteggiamento è presente anche in alcuni ambienti cattolici; noi riteniamo che il rifiuto del progresso sia anche un rifiuto dell’intervento provvidenziale di Dio nella storia.

 

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Si parla molto del riscaldamento del pianeta, con previsioni che ci mostrano, con dovizia di dettagli, quale sarà la situazione fra 10, 20, …100 anni. Vale la pena di considerare, in primo luogo, che tutte le previsioni di eventi futuri sono basate su una teoria: solo Dio conosce il futuro, l’uomo può solo fare ipotesi.

La prima considerazione è che non è la prima volta che ciò accade, il clima è variabile secondo cicli di lungo periodo; è noto che vi è stata una fase di clima estremamente mite dal X al XIV secolo, con il massimo periodo caldo18 dal 1100 al 1270, cui è seguita la così detta “piccola glaciazione” dal 1420 al 1550 ed ancora dal 1645 al 1715. È interessante notare che i periodi di clima mite sono stati quelli in cui vi è stato il maggior progresso della civilizzazione, almeno per quanto concerne l’ Europa.

L’ipotesi diffusa dai mezzi di comunicazione di massa (mass media) è che il cambiamento climatico sia esclusiva colpa dell’uomo e che possa portare a conseguenze catastrofiche nell’arco di qualche decennio; si tratta di un’ipotesi ampiamente descritta e supportata, a partire dal ben noto rapporto del 2001 delNational Research Council, che sostiene la responsabilità esclusiva dell’attività umana, e da studi successivi.

Esiste una seconda teoria, meno nota, ma non per questo meno valida dal punto di vista scientifico; proprio perché è meno nota, le dedichiamo un po’ più di spazio. In particolare, facciamo riferimento ai due articoli pubblicati dal professor Richard Lindzen19 sul “Giornale dell’Ingegnere” in ottobre 2005, in cui egli ha ampiamente spiegato il risultato dei suoi studi, che si può riassumere parafrasando le sue parole: «tutti sono concordi nel ritenere che si tratti di un problema molto serio, una parte degli scienziati ritiene che i cambiamenti del clima siano causati dall’attività umana e che, se non si prenderanno provvedimenti immediati, si potranno avere conseguenze disastrose; altri, la maggioranza, pensano che siano molte le cause che determinano il cambiamento del clima e che, sin dal primo apparire dell’uomo sulla Terra, si sono sempre verificate variazioni di rilievo. Tuttavia, dato che tali mutamenti si manifestano dovunque sul pianeta, è poco probabile che essi possano continuamente peggiorare».

Lindzen non è uno “scienziato eretico”, ma uno dei più importanti climatologi viventi alle cui affermazioni, che sono peraltro fondate anche sugli studi del centro di Hadley, nel Regno Unito, è bene dare lo stesso peso che si da’ a quelle di altri. Per approfondire, suggeriamo la lettura del testo “il riscaldamento globale è la religione dei nostri tempi”20 di Richard Lindzen. Con lui concordano altri scienziati21, ad esempio il prof. Bonanno (Direttore dell’Osservatorio di Roma), il prof. Ottaviano (Università di Napoli) ed altri, i cui argomenti sono stati recentemente ripresi dalla BBC22.

Un altro punto controverso è sull’attribuzione dell’effetto serra a determinati gas (anidride carbonica, ossidi di azoto, metano, fluoroclorocarburi), che certamente hanno un ruolo notevole, dimenticando tuttavia che il principale agente dell’effetto serra è il vapore acqueo.

Inoltre c’è molto allarmismo circa l’aumento del livello del mare per effetto del riscaldamento globale; qui si rasenta la mala fede. La connessione fra aumento di temperatura ed aumento del livello del mare è attribuita allo scioglimento delle calotte polari, tuttavia il ghiaccio artico galleggia e pertanto il suo scioglimento, anche totale, non ha alcun effetto sul livello del mare, come già sapeva Archimede; il livello del mare aumenterebbe se si sciogliessero i ghiacci antartici, che sussistono a temperature da -40°C a -60°C, per giungere a ciò servirebbe un aumento di temperatura di decine di gradi, mentre le previsioni sono di un aumento di soli 4°C nel XXI secolo. Certo, un aumento di temperatura di qualche grado potrebbe causare effetti di scivolamento in mare, ma gli effetti sul livello marino non sono allo stato in alcun modo calcolabili e probabilmente non sarebbero così catastrofici come si vuol far credere23.

Una corretta informazione, contrariamente a quanto divulgato dai mezzi di comunicazione di massa, ci rende consapevoli che la comunità scientifica non è, allo stato attuale, in grado di dare una risposta condivisa sulle cause del riscaldamento globale. Vi sono molti studi che legano la variabilità del Sole ed il clima della Terra: anche questi ad oggi non hanno dato una risposta definitiva, ma non possono essere per questo trascurati, visto che risposte definitive finora non ve ne sono. Gruppi di ricercatori24 hanno concluso che “il livello di attività solare degli ultimi 70 anni è eccezionale ed un periodo di attività simile si è verificato solo più di 8000 anni fa”.

Non vogliamo con ciò negare che sia un corso una fase di riscaldamento del pianeta né minimizzare la gravità del problema dell’inquinamento, vogliamo semplicemente proporre alcune considerazioni ed alcuni dubbi; essi non devono essere in alcun modo una scusa per non fare il nostro dovere, cioè tutto quanto in nostro potere per evitare inutili emissioni inquinanti. Infatti, mentre il danno globale causato dalle nostre emissioni inquinanti è discutibile ed incerto, il danno che facciamo al nostro vicino è immediato e certo. Tuttavia non dobbiamo accettare acriticamente ciò che dicono coloro che Francesco Rutelli, allora Sindaco di Roma, aveva definito “catastrofisti”25 e che Chicco Testa, allora Presidente dell’ENEL, aveva etichettato come “demagogia vestita di verde”26.

I profeti di sventura sono sempre esistiti ed esisteranno sempre, papa Giovanni XXIII li aveva già denunciati nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II; cambiano solo le sventure profetizzate: finita l’epoca dell’olocausto nucleare si è passati alla catastrofe ambientale, prima ancora c’erano le pestilenze, l’invidia degli dei ed altro. Tutti i profeti di sventura sono sempre stati smentiti dalla storia; certo, le sventure esistono, ma l’umanità ne è sempre uscita rinforzata; noi sappiamo che ciò dipende dall’intervento di Dio nella storia. In tutta questa ansia di catastrofe, dimentichiamo che “siamo la popolazione che, nell’intera storia dell’umanità, ha vissuto meglio e più a lungo”27

 

LO “SVILUPPO SOSTENIBILE”

Oltre ai profeti di sventura, vi sono fortunatamente anche studi seri ed obiettivi, che tengono in conto la necessità di salvaguardare l’ambiente per le future generazioni con le necessità dello sviluppo umano.

Vale la pena, a questo punto, di prendere in considerazione il concetto di sviluppo sostenibile; la definizione si applica ad una forma di sviluppo28 che non comprometta la possibilità delle future generazioni di perdurare nello sviluppo preservando la qualità e la quantità del patrimonio e delle risorse naturali esauribili. L’obiettivo è di mantenere uno sviluppo economico compatibile con l’equità sociale ed in regime di equilibrio ambientale.

Nel 2001, l’UNESCO ha ampliato il concetto di sviluppo sostenibile indicando che “la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura……..la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale29“.

In questa visione, la diversità culturale diventa il quarto pilastro dello sviluppo sostenibile, accanto al tradizionale equilibrio fra ecologia, equità ed economia.

In parole povere, il concetto di sviluppo sostenibile esisteva già nell’agricoltura europea medioevale; era già chiaro, all’epoca, che la terra dovesse essere coltivata usando tutti quegli accorgimenti necessari per non impoverire il terreno, anche se ciò avrebbe inevitabilmente limitato il frutto ottenibile dalla terra stessa; un eccessivo sfruttamento avrebbe forse portato buoni risultati per qualche anno, ma successivamente avrebbe prodotto l’impoverimento del terreno ed, al limite, la sua desertificazione30. Tuttavia l’agricoltore medioevale, a differenza dei suoi predecessori dell’antichità, non accettava questi limiti come invariabili, ma progressivamente apportava all’agricoltura tutte quelle migliorie (irrigazione, tecniche di rotazione, etc.) che nel tempo hanno permesso l’aumento di produttività mantenendo invariata la capacità produttiva. Anche oggi dobbiamo perseguire “un’agricoltura….consapevole della sua funzione, non solo economica con l’aumento quasi esponenziale degli scambi internazionali, ma anche sociale con l’occupazione del territorio e la creazione di posti di lavoro, culturale con la valorizzazione delle conoscenze del passato, e ambientale con la gestione di ecosistemi e specie31.

Leggiamo dal sito di Ambiente Italia32, la società che cura il rapporto annuale di Legambiente: “noi rifiutiamo l’equazione tra difesa dell’ambiente e conservazione di tutto ciò che c’è, crediamo che per contribuire a trasformare l’economia, la società, i rapporti internazionali anche nel segno dell’ambiente, tanto più oggi se si vogliono fermare i cambiamenti climatici minaccia mortale per l’umanità, l’ambientalismo debba essere meno conservatore e più innovatore”.

 

Negli ultimi anni, lo sviluppo dei modelli matematici permette di eseguire tutte le simulazioni che si vuole e di dare ad esse una grande apparenza di credibilità e di fondatezza scientifica, però non si deve mai dimenticare che un modello matematico, per quanto sofisticato, non dice nulla di più delle teorie sulle quali esso si fonda.

 

Non si deve sottovalutare il problema, né esasperarlo; esso deve essere gestito in un’ottica di progresso e nel rispetto della natura. La visione cristiana sarà sempre e necessariamente antropocentrica, essa vedrà sempre l’uomo come fine e l’ambiente come mezzo; pertanto un cristiano non può condividere le visioni ambientaliste in cui l’ambiente diviene la finalità dominante, pur apprezzando quanto di buono e di corretto può esservi in esse.

 

 

___________________________________________________________________

Ringraziamenti: l’autore ringrazia la moglie Francesca per il suo prezioso lavoro di edizione.

(pubblicato sul sito del Centro Culturale Lumen Gentium – http://www.lumen-gentium.it)

 

1 Arcidiocesi di Milano – Dio vide che era buono – In Dialogo, Milano, 2006 – pag. 46

2 Ibidem, pag. 60

3 Ricordiamo che il diritto romano definisce la proprietà come diritto di “usare ed abusare (uti et abuti)”; utilizzando la terminologia moderna, sarebbe forse meglio tradurre “usare e consumare”

4 Guazzetti & Gentili, Cristianesimo ed Ecologia, l’Ancora 1989 – Gaspari, Profeti di sventura? No, grazie – “21.mo Secolo, 1997)

5 Il documento integrale può essere consultato presso il sito Internethttp://www.ambienteazzurro.it/siti/appello/index.php.

6 XXI Secolo n. 6/2005

7 http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Malthus

8 Gaia dal greco “γη (Ge)”, in pelagico “γαια (Gaia)” significa “terra”

9 da Wikipedia – Gaia hypothesis

10 (D. Wilson, “Human population structure in the modern world: A Maltusian malignancy”, Anthropology today, vol.15, n.6, Dicembre 1999).

11 www.katapekkia.net

12 The unfinished agenda, 1977

13 Panteismo: Dio coincide con il mondo

14 Animismo: il mondo ha un’anima

15 http://it.wikipedia.org/wiki/Decrescita

17 Sabelli Fioretti: Demagogia vestita di verde – Intervista a Chicco Testa, l’Unione Sarda, 9 novembre 1996

18 Della fase di clima mite ci resta il nome di una terra, la Groenlandia, il cui nome significa “terra verde” e che oggi è invece una “terra bianca”

19 Professore di Fisica dell’Atmosfera al Massachussets Instiute of Technology

20 Daily Mail, 8 marzo 2007. Scaricabile in italiano dal sito dell’ Istituto Bruno Leoni, http://brunoleoni.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_52_Lindzen.pdf

21 Luciano Cagliati – “Effetto serra” dalla rivista Firma

23 Peter E. Hodgson – L’energia nucleare, le altre fonti energetiche e l’ambiente – 21.mo Secolo, n. 5/2006

24 Nature, n. 1084, anno 2004

25 “Ecco la Roma del Duemila”, Repubblica, 25/02/1997

26 “Intervista a Chicco Testa” , l’Unione Sarda, 09/11/1996

27 Vittorio Zucconi, “L’umanità di fine millennio si spaventa per tutto ma vive più a lungo. Il gioco assurdo dell’allarme salute” pubblicato sul sito Internet di Repubblica il 3 marzo 1997 citato da Antonio Gaspari, op. cit

28 che comprende lo sviluppo economico, delle città, delle comunità eccetera

29 Art 1 e 3, Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, UNESCO, 2001

30 Alcuni storici hanno sostenuto che la prima catastrofe ecologica sia stata la desertificazione della Mesopotamia per errori di irrigazione, già diversi secoli prima di Cristo.

31 Francesco di Castri – Patrimonio naturale e culturale in tempi di cambiamento globale – Accademia Nazionale delle Scienze, 1997.

(http://www.accademiaxl.it/biblioteca/virtuale/Di_Castri.htm)

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