Fisichella – Elogio della Monarchia

Domenico Fisichella – Elogio della Monarchia – Vallecchi, Firenze, 1995
Il libro di Domenico Fisichella, professore di Scienza Politica e, per un breve periodo, Ministro per i Beni Culturali ed Ambientali, ha poco più di dieci anni: tuttavia, rileggendolo oggi, notiamo l’attualità degli argomenti da lui trattati, traendone maggior conforto dagli eventi successivi alla pubblicazione del libro.
In premessa, l’autore inizia spiegando che il tema della monarchia, in Italia, non è un tema popolare ma che esso merita comunque di essere affrontato. Il punto è che il senso comune ritiene che una qualsiasi carica ereditaria sia lesiva del principio di  eguaglianza: stranamente, lo stesso senso comune accetta o comunque ha riseve molto più deboli sull’ereditarietà dei beni e persino degli imperi economici.
L’autore inoltre ci fa’ presente che la democrazia, pur restando formalmente tale, può incorrere in una deriva oligarchica per tre fattori:
  • il numero, che alimenta le oligarchia “popolari” ed i cedimanti demagogici
  • il denaro, che alimenta le oligarchia economiche e
  • la comunicazione, usata come veicolo per il controllo delle masse (già Platone aveva coniato il termine “teatrocrazia”).
Le concentrazioni oligarchiche divengono più potenti al crescere delle dimensioni dello stato, sia in termini demografici che territoriali.
Un Re può essere stupido, malvagio, corrotto o pazzo, è vero; tuttavia anche un borghese o un proletario possono essere stupidi, malvagi, corrotti o pazzi e così possono esserlo uomini politici, membri del parlamento, ministri, capi di governo e dittatori. La differenza è che un Re è stato educato al ruolo sin dall’infanzia, sia nella vita pubblica che nella vita privata per cui, pur potendo essere soggetto alle stesse pulsioni, ha in genere la capacità di militarne i danni (l’autore specifica che ciò non è sempre vero per le dinastie in esilio, e ne chiarisce i motivi).
I vantaggi di un sistema monarchico sono identificati dall’autore in:
  • coincidenza di fatto dell’interesse privato del Re, cioè il mantenimento del trono per sé ed i suoi successori, con il perseguimento dell’interesse pubblico,
  • sottrazione del vertice dello Stato, in quanto ereditario,  al conflitto ed agli interessi particolaristici fondati sul numero, sulla ricchezza o sulla pressione dei mezzi di comunicazione
  • esercizio di un’autorità neutra e non partigiana, che rappresenta il tutto e non le parti, assicurando l’equilibrio fra interesse generale ed interessi particolari e permettendo la giusta considerazioni degli interessi permanenti o comunque di lungo termine rispetto agli interessi il cui termine è legato al ciclo elettorale; mentre nella monarchia il particolarismo può riguardare il singolo monarca, nella democrazia esso è un vizio del sistema
  • garanzia di autonomia dalle fazioni politiche delle strutture essenziali dello Stato (forze armate, diplomazia, magistratura, alta amministrazione) che tendono a legarsi alla Corona con un “vincolo di onore” ed a fare riferimento ad essa.
La formula politica dei regimi democratici moderni fa’ riferimento alla sovranità popolare o alla sovranità nazionale: il primo concetto pone l’enfasi sulla volontà del popolo, senza che sia chiaro se si tratti del popolo nella sua interezza, come entità indivisa o della fazione maggioritaria mentre il secondo concetto pone l’enfasi sui parlamenti o comunque sugli organi di rappresentanza politica. L’idea di popolo sovrano di lega al tema dell’eguaglianza, concetto che anch’esso può degenerare, nelle democrazie di massa, in una sorta di “eguaglianza immaginaria” (Tocqueville) da cui deriva una corsa sfrenata alla rivendicazione di diritti, veri o presunti tali, senza tener conto dei doveri, minacciando anche quel patrimonio di eguaglianza che merita di essere salvaguardato. Il sistema monarchico ha maggior possibilità di agire come fattore di equilibrio, creando canali istituzionali che, riconoscendo l’eccellenza nelle arti, nelle professioni ed in ogni altra attività, possano dare origine ad un’ “aristocrazia del servizio”, frenando così le spinte verso l’oligarchia o il dispotismo, mascherati in aspetto demagogico, che potrebbero vincere le pur notevoli capacità di auto-correzione della democrazia. Nei secoli passati, questo era anche una delle funzioni dell’aristocrazia ereditaria.
L’autore chiarisce di fare riferimento alle monarchie europee e non ad altri modelli monarchici.

 

Gianluca di Castri – 14/02/2016

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