Fonte https://www.facebook.com/roberto.riccardi.547
L’apocalisse può attendere. Moriremo tutti. Ce lo promettono da mezzo secolo. Il mare ci sommergerà, l’aria ci soffocherà, la terra smetterà di nutrirci.
Ogni cinque anni il punto di non ritorno viene annunciato con voce solenne e ogni cinque anni viene spostato in avanti, come un assegno a vuoto che nessuno si decide a portare all’incasso.
Le profezie si accumulano, le date scadono, le catastrofi non si presentano. Ma il tono non cambia mai. Anzi, si alza.
Il catastrofismo climatico ha assunto la struttura perfetta di una religione. C’è il peccato originale, l’impronta carbonica. C’è il clero, gli attivisti professionisti. C’è l’indulgenza, la compensazione delle emissioni. C’è il rito collettivo, la raccolta differenziata. C’è il peccatore, l’Occidente.
E ci sono gli infedeli che non si toccano: Pechino inaugura due centrali a carbone al mese, Nuova Delhi non risponde nemmeno al telefono. Ma il senso di colpa è solo nostro.
In nome di questa apocalisse perennemente rinviata, l’Italia ha smesso di costruire. Ha smesso di produrre energia. Ha smesso di collegare le proprie città. Ha smesso di competere. Ha trasformato il no in identità nazionale e la paralisi in virtù civica.
Il nucleare: nel 1987 un referendum emotivo lo cancellò dal futuro del Paese. Quarant’anni dopo, compriamo energia nucleare dalla Francia, che ha cinquantasei reattori e la bolletta più bassa d’Europa. L’Italia paga il doppio e si sente virtuosa.
La TAV Torino-Lione: trent’anni di battaglie, processi, sabotaggi per un collegamento che il resto d’Europa considera ovvio. I comitati del no sono diventati un monumento a se stessi, un’identità prima che una causa.
Il Ponte sullo Stretto di Messina: se ne parla dal 1969. Oltre mezzo secolo. Tre chilometri e trecento metri d’acqua. La Turchia nel 2022 ha inaugurato il Ponte dei Dardanelli, duemila metri di campata sospesa. Il Giappone nel 1998, ventisette anni fa, ha aperto il ponte sullo stretto di Akashi: tremilanovecento metri, quasi la stessa distanza dello Stretto di Messina.
La Cina ha costruito un ponte di cinquantacinque chilometri tra Hong Kong e Macao. Noi discutiamo da mezzo secolo per attraversare tre chilometri. Cinque milioni di siciliani aspettano. I traghetti ringraziano.
La TAP, la Trans Adriatic Pipeline: quando fu proposta, giurarono che avrebbe devastato il Salento. Oggi quel gasdotto porta il gas azero che ha sostituito in parte quello russo. Senza la TAP, dopo il febbraio 2022 avremmo avuto razionamenti energetici. Nessuno si è scusato.
La Gronda di Genova: un’autostrada alternativa al tratto che attraversa la città, bloccata per anni. Nel frattempo è crollato il Ponte Morandi, quarantatré morti. La Gronda non avrebbe evitato quel crollo. Ma il nesso tra paralisi infrastrutturale e tragedie annunciate è lì, davanti agli occhi di chiunque voglia guardare.
Poi c’è il capolavoro della propaganda verde: l’automobile elettrica. Non inquina, ci assicurano. A patto di non chiedersi come viene prodotta: l’estrazione del litio devasta ecosistemi in Sudamerica e Africa.
A patto di non chiedersi con cosa viene ricaricata: in Italia oltre la metà dell’energia elettrica viene da fonti fossili, ogni ricarica brucia gas. A patto di non chiedersi cosa accade alla batteria a fine vita: nessuno dispone di un sistema di smaltimento su scala industriale. L’auto elettrica è pulita solo se non si guarda la filiera. Ma guardare la filiera è proibito. Chi lo fa è un negazionista.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Si crea l’emergenza. Si alimenta il terrore. Si impone il sacrificio. Chi obietta è un nemico del pianeta. Il dibattito scientifico viene sostituito dal ricatto morale.
Per alimentare questa macchina servivano i sacerdoti giusti. Li abbiamo avuti. Una ragazzina svedese che marinava la scuola, finanziata da mani mai chiarite, applaudita in piedi da parlamenti e accademie, mai sfiorata dal dubbio di rivolgere i suoi piagnistei a Pechino o Nuova Delhi. Finita in manette a Londra per sostenere un’organizzazione terroristica. Nessuno avrebbe osato contraddirla: la sindrome di Asperger era lo scudo perfetto, e chi lo aveva confezionato lo sapeva.
Un premio Nobel per la pace che nel 2007 giurava la scomparsa dei ghiacci artici entro il 2013: i ghiacci sono ancora lì, il premio no. Un biologo di Stanford che nel 1968 profetizzava carestie globali entro il Duemila: le carestie non si sono viste, le copie del libro vendute sì.
E infine i guitti di Ultima Generazione, che imbrattano monumenti e bloccano ambulanze per comunicare l’urgenza della fine del mondo, convinti che una mano incollata all’asfalto valga più di un argomento.
Ma i profeti, da soli, non bastano. Servono i politici che li trasformano in alibi. E l’Italia ne ha avuti in abbondanza.
I Cinque Stelle hanno cavalcato ogni singolo no dell’elenco. Di Maio che giurava di smontare la TAP con le sue mani. Grillo che urlava contro il nucleare, contro gli inceneritori, contro il Ponte, contro tutto ciò che avesse un cantiere. L’unico movimento politico della storia repubblicana nato esplicitamente per non costruire niente e che per puro miracolo della sorte si è ritrovato al governo confermando la promessa.
La sinistra estrema ha fornito la manovalanza. I centri sociali nei cantieri della TAV. Gli antagonisti professionisti. Il movimentismo permanente che ha bisogno di un nemico per esistere e lo trova in ogni gru, in ogni escavatore, in ogni progetto che puzzi di sviluppo.
Il PD è il più colpevole di tutti, perché è quello che sapeva. Sapeva che il nucleare serviva. Sapeva che le infrastrutture servivano. Sapeva che il gas serviva. Ma per trent’anni ha ceduto: al ricatto dei comitati, alla paura di perdere voti a sinistra, al calcolo elettorale di giornata. Zingaretti che chiude il termovalorizzatore di Colleferro. Il PD romano che cavalca le proteste contro gli impianti di trattamento rifiuti. Un partito che ha governato senza costruire, paralizzato dalla necessità di tenere insieme ambientalisti e industriali, operai e antagonisti, Confindustria e Ultima Generazione.
Ci è voluto Gualtieri, a Roma, per rompere lo schema: un termovalorizzatore si sta finalmente costruendo, contro i comitati, contro i Cinque Stelle, contro una parte del suo stesso partito. Tanto che la Schlein, per evitare rogne, ha levato mano e detto che si tratta di una vicenda locale. La dimostrazione tardiva che si poteva fare. Che si poteva sempre fare. E che trent’anni di no non erano prudenza: erano vigliaccheria.
Il catastrofismo climatico non è nato da solo. Ha avuto padri, padrini e complici che lo hanno usato per raccogliere voti, bloccare avversari e giustificare la propria incapacità di decidere.
L’apocalisse era il pretesto perfetto: chi osa costruire una centrale, un ponte, un gasdotto, quando il pianeta sta morendo?
Intanto l’Europa si autoflagella con il Green Deal, inseguendo obiettivi che nessun altro continente ha sottoscritto. La Cina produce più acciaio, più cemento, più energia e più emissioni di tutto l’Occidente messo insieme. Senza sensi di colpa. Senza cortei. Senza mani incollate. Il risultato è un continente che si deindustrializza per scelta ideologica. E un’Italia che dentro quel continente eccelle in un solo campo: dire di no.
No al nucleare, quindi bollette doppie. No alla TAV, quindi merci su gomma. No al Ponte, quindi un’isola isolata. No alla TAP e poi grazie alla TAP quando il gas russo è sparito. No alla Gronda, e poi lacrime sui ponti che crollano. No a tutto, sempre, dovunque, in nome di un futuro migliore che non arriva perché nessuno costruisce niente per farlo arrivare.
L’apocalisse climatica non è arrivata. Non arriverà nei termini in cui ce la raccontano. Il livello del mare sale di tre millimetri l’anno, non di tre metri. I ghiacci artici non sono spariti. Le carestie globali non ci sono state. Le città non sono sommerse.
L’apocalisse vera è un’altra. È un Paese che ha rinunciato a produrre energia, a collegare le proprie città, a costruire infrastrutture, a competere con il resto del mondo. Un Paese che ha scambiato il catastrofismo per coscienza, la paralisi per prudenza, la resa per virtù.
Moriremo tutti, dicevano. No. Ma così, lentamente, smetteremo di vivere.
Autore: Roberto Riccardi
COMMENTO 26/02/2026
Il problema non è la negazione del cambiamento climatico, che obiettivamente è in corso anche se si tratta di un problema ciclico non ancora del tutto compreso, il problema è attribuirne la causa all’uomo (in particolare alla civiltà occidentale, ormai considerata fonte di ogni male).Steven E. Koonin, già sottosegetario per la scienza sotto l’amministrazione Obama, nel suo libro “Unsettled” che consiglio a tutti di leggere, non nega la possibilità di un contributo antropico al cambiamento climatico ma parla di “humble human influences” facendo presente, fra l’altro, che l’energia solare è pari a 239 W/mq mentre l’energia di origina antropica è pari a soli 0.03 W/mq (attenzione, si tratta di un equilibrio instabile per cui non si può parlare di proporzionalità fra causa ed effetto). In definitiva ciò che si dovrebbe fare è smetterla di cavalcare il catastrofismo e valutare gli eventuali provvedimenti di mitigazione ove necessari.
Gianluca di Castri
