Perché lingue antiche come il greco e il latino avevano una grammatica più complessa delle lingue moderne che ne sono derivate? Ed è veramente plausibile che la popolazione del tempo le usasse quotidianamente?
Risposta di Josef G. Mitterer
Suppongo che questa domanda si riferisca alla morfologia delle lingue in questione che presenta alcune categorie e sistemi assenti nelle lingue che ne discendono (e che, d’altro canto, prevedono spesso costruzioni sintattiche relativamente complesse, assenti invece nelle lingue classiche: quello che la morfologia non formalizza, va spesso formalizzato attraverso la sintassi).
In primo luogo, occorre, ovviamente, distinguere fra le opere letterarie che ci sono tramandate nelle lingue antiche da una parte e il loro uso quotidiano, soprattutto quello parlato, dall’altra. Ciò non riguarda soltanto la distinzione fra latino classico e volgare, bensì pure, o innanzitutto, questioni sintattiche o retoriche “all’interno” di un sistema linguistico: nell’uso quotidiano, infatti, frasi “semplici”, costituite da pochi elementi serializzati in modo trasparente erano di certo più frequenti di quanto lo fossero nel linguaggio letterario che, tuttavia, è quello cui, nel caso delle lingue antiche, ci troviamo solitamente di fronte e cui i termini latino e greco sono solitamente associato.
Quanto alla prima domanda, direi che le lingue si evolvono solitamente in modo ciclico: sintesi e analisi, opacizzazione e concretizzazione, deviazione e generalizzazione ecc. si susseguono, ma si verificano spesso anche allo stesso tempo. Tante forme verbali del latino si basano, ad esempio, su costruzioni perifrastiche, cf. *kantāu̯osis esās > *kantāu̯isās > cantāverās ‘avevi cantato’, *kantāu̯osis eses > *kantāu̯ises > cantāveris ‘avrai cantato’ ecc. Anche se le grammatiche suddividono queste forme solitamente in una “radice perfettiva” (cantāv-) e una “desinenza” (-erās, -eris ecc.), da una prospettiva storica si tratta di tempi composti, appunto come avevi cantato, avrai cantato ecc. in italiano. All’inizio di queste forme latine c’è, dunque, una costruzione analitica (*kantāu̯osis esās in proto-latino) che venne poi fusa (cantāverās in latino classico) per essere poi sostituita, a sua volta, da una nuova costruzione analitica (avevi cantato).
Tuttavia, questo processo di fusione, di sintesi, non è certo esclusivo delle lingue “classiche”, bensì si è verificato pure nello sviluppo dal latino al romanzo come attestano i paradigmi innovativi del condizionale e del futuro: anche alla base di vorrei e di vorrò ci sono costruzioni analitiche: vorrei deriva da *VOLĒRE HABUĪ e vorrò da *VOLĒRE HABEŌ. Se, cioè, oggi diciamo che “il condizionale ha le desinenze -ei, -esti, -ebbe ecc.”, si tratta anche qui, da una prospettiva diacronica, di antiche forme verbali, appunto come nel caso di -erō, -eris, -erit in latino. Direi, dunque, che non c’è una differenza sostanziale fra il sistema verbale latino e quello italiano, anche se il numero effettivo di forme era certamente più alto, e lo era ancora di più nel caso del greco antico.
Generalmente, nell’evoluzione delle lingue si osserva spesso un passaggio dalla sostanza alla funzione: tutti i morfemi grammaticali (che cioè svolgono ormai soltanto una funzione, come appunto le desinenze) erano, un tempo, parole con autonomia lessicale e grammaticale. Ciò vale probabilmente in particolar modo per le lingue “classiche”, ma lo stesso processo si ha pure nello sviluppo delle lingue romanze. Ad esempio,
- in francese, i “pronomi” soggetto atoni svolgono ormai quasi la stessa funzione delle desinenze verbali in lingue come il latino o l’italiano. Infatti, per esprimere il concetto di ‘io’, ‘tu’, esistono i pronomi forti moi e toi. Sono, dunque, questi pronomi a portare la sostanza, mentre je, tu ecc. hanno, nel francese moderno, piuttosto una funzione: quella di marcare la persona.
- in spagnolo, il verbo haber < HABĒRE è ormai un verbo meramente “grammaticale” e ha perso il suo significato di ‘avere’ nel senso di ‘possedere’. Cioè, ha perso la sua sostanza (lessicale e concettuale) e ha soltanto una funzione (grammaticale).
- in italiano, nella locuzione preposizionale accanto a, il sostantivo canto, nel senso di ‘angolo; lato, parte’ non è più usato in modo sostanziale, ma funzionale (cioè per descrivere relazioni locali).
In tutti questi casi, si ha un passaggio dalla sostanza (un significato concreto) alla funzione (un ruolo grammaticale). Inizialmente, tuttavia, era la sostanza delle forme menzionate a sostituire forme o parole che erano, a loro volta, passate a elementi funzionali: la preposizione accanto a ha sostituito quella latina iuxta, che era divenuta completamente opaca. I pronomi francesi hanno sostituito le desinenze verbali che, a loro volta, erano opache. Cioè, anche qui assistiamo a un processo ciclico, e anche qui la differenza fra le lingue classiche e quelle moderne non è sostanziale, bensì graduale: nelle lingue moderne, la sostanza è spesso tuttora “tangibile”, mentre nelle lingue antiche è perlopiù completamente opacizzata. Ecco perché il passaggio dal latino al romanzo o dal greco antico a quello moderno è soprattutto (ma non esclusivamente, cf. supra) caratterizzato dall’analisi di forme sintetiche che equivale alla sostituzione (metaforica) di funzione con sostanza.
Un’ultima osservazione: secondo me, una lingua naturale non può mai essere talmente difficile che i loro parlanti non riescono più a padroneggiarla. Infatti, le lingue naturali non vengono progettate da “potenti autorità”, bensì si sviluppano attraverso l’uso. E se, in teoria, una lingua fosse proprio troppo complessa, ciò porterebbe naturalmente a “semplificazioni” come formazioni analogiche o generalizzazioni (che caratterizzano comunque, o appunto, la storia delle lingue). Ad esempio, solo parole frequenti possono avere forme suppletive (costituite cioè da radici diverse, cf. in latino ferō ‘porto’, tulī ‘portai’ o in greco le radici ἔρχ- érch- [presente], ἦλθ- êlth- [aoristo] e ἐλήλυθ- elḗlyth- [perfetto] del verbo ἔρχεσθαι ‘venire, andare’), mentre i paradigmi meno frequenti sono generalmente più “regolari” — o vengono regolarizzati.¹
¹ D’altro canto, anche nelle coniugazioni e declinazioni frequenti ci sono ricostruzioni analogiche, cf. l’infinito italiano essere con “doppia desinenza” (es-se-re anziché es-se: -se è la desinenza dell’infinito latino, che corrisponde a -re nei verbi tematici, con -r- innescato dal rotacismo intervocalico: *kantā-se > cantā-re, ma es-se atematico > es-se) o εἰμί eimí ‘sono’ e ἐσμέν esmén ‘siamo’ in greco, entrambi derivati da *esm-: in ἐσμέν, la /s/ è restituita analogicamente sulla base di /es-/ innanzi /t/ (cf. ἐστέ esté ‘siete’), dove non cade per legge fonetica.
