Ricopio integralmente alcune considerazioni ricevute tramite “newsletter” dal sito YouCanPrint che mi sembrano interessanti.
Ciao Gianluca,
ti racconto una scena.
Uno scrittore è seduto alla scrivania.
Davanti a lui, lo schermo si riempie di frasi.
Non le sta digitando tutte lui.
Eppure… quel libro è suo.
Questa scena non è più così tanto futuristica.
In realtà, è una scena che potremmo tranquillamente rapportare alla nostra “nuova” quotidianità e ha un nome che forse hai già sentito nominare: Distant Writing.
| Non è l’AI il punto, ma il ruolo dell’autore |
Negli ultimi mesi, ogni conversazione sulla scrittura sembra girare attorno alla stessa domanda: “L’AI scriverà al posto nostro?” Ma è una domanda sbagliata, o meglio: è una domanda incompleta. La vera domanda è un’altra: Che cosa significa essere autore oggi? Il concetto di Distant Writing, teorizzato dal filosofo del digitale Luciano Floridi, prova a rispondere proprio a questo. Per secoli abbiamo identificato l’autore con il gesto: la parola scelta, il periodo riscritto dieci volte. Tutto questo resta prezioso, ma non è più l’unica forma di scrittura possibile. Nel Distant Writing l’autore: decide cosa dire costruisce il mondo, i temi, le tensioni stabilisce la direzione narrativa si assume la responsabilità del senso L’esecuzione può essere assistita (e, se ci pensi, è ciò che accade già da un po’ con l’AI), ma non la tua visione. Un po’ come nelle botteghe rinascimentali: Michelangelo non scolpiva ogni centimetro di marmo, ma nessuno ha mai dubitato che il David fosse suo. |
