Dal sito di Francesco di Castri. Nella realtà, non siamo ancora a questo punto, ma non manca molto.
La pioggia cadeva lenta sui tetti della città, un contrasto quasi ironico con la frenesia che pulsava nelle strade sottostanti. Ologrammi pubblicitari lampeggiavano a ogni angolo: slogan brevi, lampi di colore, frasi da meno di cinque parole per catturare l’attenzione. In un piccolo appartamento al ventesimo piano, Iris accordava il violino.
Il suo studio era uno spazio anacronistico: scaffali pieni di spartiti, vecchi strumenti appesi alle pareti, una finestra che dava su una città che sembrava un circuito elettrico vivente. Accanto a lei, Marcus, il suo amico più fidato, tamburellava nervosamente con le dita sul tavolo.
«Sei sicura di volerlo fare?» le chiese, spezzando il silenzio.
Iris si fermò, stringendo il violino tra le mani. «Non posso più aspettare. Se non suono ora, quando? La gente ha bisogno di ascoltare qualcosa che duri più di un battito di ciglia.»
«La gente non vuole ascoltare. Hanno paura di fermarsi, di pensare. Per quello il governo vieta film più lunghi di pochi minuti e musiche che durino più di trenta secondi. Hanno accelerato tutto.»
«Per questo lo faccio. Perché qualcuno deve ricordare loro come si vive davvero.»
Marcus sospirò, guardando fuori dalla finestra. Le luci della città sembravano un’onda che divorava tutto. «Sai che verranno per te, vero? Il governo non lascerà che qualcosa di così… destabilizzante si diffonda.»
Iris annuì e si voltò verso il suo violoncello, uno strumento che nessuno aveva più il tempo di suonare. «Lo so. Ma la vera domanda è: tu sei con me?»
Marcus esitò. Poi sorrise appena. «Sempre.»
La sala era un vecchio magazzino abbandonato, trasformato per una notte in un santuario. Candele tremolavano sui muri spogli, e una folla di persone si accalcava in silenzio. Erano poche decine, ma i loro occhi brillavano di una speranza che nessuno aveva più osato provare.
Iris si posizionò al centro, il suo violino stretto tra le mani. La folla tratteneva il respiro.
«Non posso promettere che questa musica cambierà tutto,» disse con voce ferma, «ma può ricordarvi cosa significa rallentare, sentire, vivere.»
Le prime note riempirono l’aria, morbide e piene, come un fiume che scorre lento. Ogni suono sembrava scavare nel silenzio, portando alla luce qualcosa di dimenticato. La folla chiudeva gli occhi, alcuni con le lacrime che scendevano lentamente lungo le guance.
Marcus, in piedi vicino all’entrata, guardava nervoso l’orologio. Sapeva che avevano poco tempo.
«Iris,» mormorò, «dobbiamo muoverci. È troppo rischioso.»
Lei non rispose. Continuò a suonare, come se il mondo intero fosse sospeso su quelle corde
Poi arrivarono. Gli agenti del governo irruppero nella sala, armati e determinati. La musica si interruppe bruscamente, e un silenzio opprimente calò.
«Iris Vega,» annunciò uno degli agenti, «sei accusata di diffusione di contenuti non autorizzati. Vieni con noi.»
La folla si agitò, ma Marcus alzò una mano per calmarli. Iris posò il violino, i suoi occhi fissi su quelli dell’agente.
«Sapete cosa mi fa paura di voi?» disse con calma. «Non è la vostra forza. È la vostra debolezza. La paura di un’idea.»
L’agente la fissò senza rispondere e la spinse fuori dal magazzino.
Nel caos, un ragazzo, nascosto tra la folla, teneva stretto un piccolo dispositivo. Aveva registrato ogni nota. Sorrise leggermente mentre si allontanava inosservato. La musica non sarebbe morta quella notte.
I giorni successivi, la sinfonia di Iris iniziò a circolare in rete. La sua melodia lenta, quasi ipnotica, si fece strada nei cuori delle persone, una nota alla volta. Per alcuni fu solo una curiosità, per altri un risveglio.
E, mentre la città continuava a correre, un piccolo gruppo di persone iniziò a rallentare.
