Trame corte, colli lunghi.

Interessantissimo articolo apparso sul diario in rete (blog, per gli “itagliani”) di Alessandra Colonna.

https://www.linkedin.com/pulse/trame-corte-colli-lunghi-alessandra-colonna-flfbf/

Come al solito ne trascrivo il testo per comodità del lettore:

Trame corte, colli lunghi.
Alessandra Colonna

I enjoy helping people to improve their negotiation skills – Author of La Versione della Giraffa

May 19, 2025
Anche noi nella savana saltiamo spesso a conclusioni affrettate o temiamo nemici che sono poco più che fronde che si muovono. Cerchiamo, come voi umani, di spiegarci il mondo. Forse però ci fermiamo un po’ prima di voi. Talvolta, infatti, voi umani andate oltre, con il vostro desiderio di capire e spiegare tutto. E cadete in quella trappola, così ben descritta da Umberto Eco citando una frase attribuita a Chesterton. “Quando le persone smettono di credere in Dio, non è che non credano più in nulla, è che credono in tutto”.

Da Popper a Trump: il lungo addio alla verità condivisa
C’era una volta un filosofo, Karl Popper che, nel cuore del Novecento, ci metteva in guardia contro la “teoria cospirativa della società”, ossia la tendenza a spiegare fenomeni complessi come il risultato di macchinazioni segrete da parte di quelli che da quel momento diventeranno il nostro nemico e bersaglio preferito. Per Popper, il vero pensiero critico consisteva nella disponibilità a sottoporre le proprie ipotesi al rischio della falsificazione, a cercare non conferme ma possibili smentite.

Questo ideale epistemico, già difficile da praticare in tempi ordinari, è stato progressivamente eroso nell’era della cosiddetta post-verità. Il culmine simbolico di questa parabola discendente è rappresentato dalla presidenza Trump, che ha sdoganato concetti come “fatti alternativi” e ha elevato teorie cospirazioniste dalla periferia al centro del discorso politico. Come ha osservato la filosofa Hannah Arendt con preveggenza: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra fatto e finzione, tra vero e falso non esiste più.”

E così, nel breve arco di poche generazioni, siamo passati da un’epoca che cercava buoni motivi per non credere, a una che ha bisogno di qualsiasi motivo pur di credere a qualcosa, non importa quanto implausibile, purché dia forma all’angoscia e nome all’incertezza.

Lo Sputo Fatti
In Italia abbiamo vissuto una metamorfosi particolarmente significativa: il passaggio dalla dietrologia al complottismo digitale. La dietrologia, ossia l’arte di chiedersi cosa ci fosse “dietro” le versioni ufficiali, era un esercizio investigativo nato in un Paese che aveva conosciuto veri complotti come la P2 e la strategia della tensione. Era un’indagine spesso lenta, metodica, che poteva sfociare in eccessi ma conservava un legame con la ricerca documentale, con l’analisi delle fonti, con il tempo paziente dell’investigazione.

Oggi questo lavoro paziente è stato sostituito dalla velocità istintiva dello ‘sputare’ verità. In questo terreno già fertile per la semplificazione è fiorito sui social, in particolare su TikTok, un fenomeno emblematico: il trend dello “sputo fatti”. Video brevissimi dove qualcuno, con espressione seria e tono assertivo, elenca presunte verità sorprendenti senza offrire il supporto o il conforto di fonti, verifiche o contesto.

Il percorso da “vi sputo fatti divertenti che nessuno ha il coraggio di dire” a “vi sputo verità che i poteri forti cercano di nascondervi” è più breve di quanto sembri. Entrambi condividono lo stesso gesto comunicativo: un’espulsione rapida e incontrollata, l’opposto della digestione lenta e attenta che caratterizza il vero pensiero critico. Lo “sputare” è l’antitesi del masticare, del soppesare, dell’assimilare gradualmente. È la comunicazione ridotta a riflesso, a espulsione istintiva, a performance identitaria.

Ciò che rende questo trend così significativo non è tanto il suo contenuto, spesso banale o distorto, quanto la sua forma: l’informazione ridotta a proiettile verbale, la complessità sacrificata sull’altare dell’impatto emotivo, la verità trasformata in merce di scambio per l’attenzione digitale. Non importa più se ciò che viene “sputato” sia accurato, ma solo se è abbastanza scioccante, controintuitivo o validante per generare engagement.

Il giardino dell’identità
Il complottismo contemporaneo fiorisce non tanto in terreni di ignoranza, quanto in quelli dell’insicurezza identitaria. Come le orchidee che sbocciano sui rami degli alberi senza radicarsi nel terreno, le teorie del complotto prosperano nell’aria rarefatta dell’appartenenza precaria.

In un’epoca di identità fluide e istituzioni delegittimate, l’adesione a narrazioni alternative offre un ancoraggio esistenziale. “Io sono colui che sa, che vede oltre il velo, che non si fa ingannare dal sistema” diventa un potente marcatore identitario. Il complotto non è solo un’ipotesi sul mondo, ma un modo di essere nel mondo, una sorta di posizione soggettiva che ridefinisce chi siamo.

In una società liquida dove le identità tradizionali si dissolvono, l’appartenenza a comunità epistemiche alternative offre un’illusione di solidità. E così, la frase “ecco verità che i poteri forti non vogliono farvi sapere” diventa non solo un’affermazione di conoscenza, ma una dichiarazione di appartenenza: io sono parte della resistenza informata, dell’élite cognitiva dei “risvegliati”, dei pochi vedenti.

In questa ottica, lo “sputare fatti” sui social non è solo un gesto comunicativo ma un rito identitario. Non si tratta di convincere attraverso argomentazioni, ma di affermare la propria posizione nel mondo, di mostrarsi parte di un gruppo che sa ciò che gli altri ignorano.

Le serre del complottismo
Le piattaforme digitali sono serre perfette per coltivare e far prosperare teorie del complotto. Nel mercato congestionato dell’attenzione online, l’affermazione categorica è moneta più pregiata della riflessione ponderata, lo scandalo più redditizio della sfumatura.

E così, fiorisce un’intera ecologia dell’indignazione e della rivelazione, dove influencer del sospetto accumulano seguaci condividendo “verità nascoste” che confermano le ansie e i pregiudizi del loro pubblico.

Il complottismo digitale non è solo credenza, è performance identitaria. È un modo per dire: “Io non sono una pecora, io penso con la mia testa”, anche se si sta semplicemente ripetendo ciò che si è ascoltato in un video di dubbia provenienza. La suprema ironia: nell’affermare la propria indipendenza intellettuale, ci si conforma a nuove ortodossie alternative, altrettanto rigide di quelle che si pretende di rifiutare.

Il neo tribalismo
Il complottismo non è solo una teoria, è una tribù. Quando qualcuno condivide una teoria cospirazionista sui social, non sta semplicemente diffondendo un’informazione: sta compiendo un rito di appartenenza. Sta dicendo: “Io sono dei vostri.” E in risposta riceve conferma, sostegno, identità.

In passato, l’identità derivava dall’appartenenza a comunità geografiche, religiose, professionali. Oggi, si definisce sempre più attraverso ciò che si crede di sapere, contro chi si è pronti a schierarsi. “Io sono colui che sa che i vaccini contengono microchip” diventa un marker identitario non meno potente di “io sono cattolico” o “io sono socialista” in altre epoche.

E così l’aderire a teorie alternative diventa una forma di ribellione accessibile, che non richiede il rischio della protesta fisica o il sacrificio dell’attivismo concreto, ma offre comunque l’ebbrezza di sentirsi parte di una resistenza, di una contro-narrazione.

La lezione del termitaio
Il termitaio, imponente struttura della savana, è costruito non da un disegno centralizzato, ma dall’interazione di milioni di termiti che seguono semplici regole. Nessuna termite comprende il progetto complessivo, eppure emerge una struttura complessa e funzionale. Allo stesso modo, molti fenomeni sociali emergono da interazioni decentrate, senza un “grande architetto” o cospiratore.

Forse la sfida più grande per la mente umana è accettare che fenomeni complessi possano emergere senza un controllo centrale, che tragedie possano accadere senza un colpevole occulto, che il caos e la contingenza siano parte intrinseca della condizione umana. È più confortante credere che qualcuno, per quanto malvagio, tenga le redini, piuttosto che ammettere o accettare che forse nessuno controlla veramente il corso degli eventi.

E così mi chiedo, osservando i social media inondati di “verità sputate” con certezza granitica: non è forse questa fame di risposte semplici e definitive la più umana delle debolezze? Non è il bisogno di un mondo ordinato, comprensibile, dove ogni effetto ha una causa intenzionale, il più comprensibile dei desideri?

Caro lettore, come possiamo nutrire il nostro bisogno di senso e appartenenza senza sacrificare la complessità del reale sull’altare della certezza? Come possiamo appartenere senza conformarci, dubitare senza cinismo, credere senza fanatismo?

La verità raramente è semplice abbastanza da essere sputata in un post. E i complotti più pericolosi non sono quelli che immaginiamo tramati nell’ombra, ma quelli che noi stessi tessiamo quando rinunciamo alla fatica del pensiero critico per il conforto delle certezze preconfezionate.

E tu, caro lettore, che ne pensi?

Trascrivo anche il mio commento:

Articolo bellissimo, come al solito, mi permetterò di ripubblicarlo sul mio blog. Un giorno piuttosto lontano Pilato chiese a Gesù “quid est veritas?”, l’interpretazione comune è che si tratti dell’affermazione di uno scettico. Non è invece che stesse cercando egli stesso una qualche forma di verità ?

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