Codice Giano

Ripubblico un racconto di mio cugino Francesco di Castri. Per facilità del lettore ricopio qui sotto il testo ed il mio commento:

Codice Giano – parte prima

Di Cicciodicastri il 19 Maggio 2025 Il cielo su Saronno aveva quella tinta grigia e rassegnata del tardo pomeriggio del 4 maggio, quando l’estate ancora si attarda a mostrare il suo volto migliore. Il Memorial Gino Serra era al suo culmine. Urla, palloni, fumo di salsicce e birre economiche. Una festa per famiglie, una copertura perfetta.Io non ero lì per tifare. Non avevo figli, non conoscevo nessuno dei ragazzi in campo. Eppure, indossavo la maschera: camicia a quadri stazzonata, un sorriso forzato che non raggiungeva gli occhi, la birra in mano. Un uomo qualunque, con la barba incolta di due giorni e un passato che preferivo tenere sepolto.La soffiata era precisa: «Al Serra troverai il contatto. Sarà più giovane di quanto credi.» In effetti, lo era. Ma in modo spiazzante.Lei stava in un angolo defilato, protetta dall’ombra incerta di un ombrellone scolorito, davanti a un portatile grigio topo. Occhiali da sole che nascondevano lo sguardo, una t-shirt informe, jeans scoloriti. Non più di quattordici anni, pensai in un primo momento. Ma quando i miei occhi incrociarono i suoi, un’increspatura impercettibile le attraversò il volto. Un’esitazione minima, quasi un’ombra, ma per me, addestrato a leggere le microespressioni come mappe, fu un segnale d’allarme potente come una sirena nella notte.Mi avvicinai con la noncuranza di chi cerca solo un riparo dal sole. Mi sedetti sulla sedia di plastica accanto alla sua. Lei non disse nulla, concentrata sullo schermo.«Bella partita», dissi, rompendo il silenzio. Ero in ritardo di un paio di minuti a causa di un imprevisto con il parcheggio, un dettaglio che speravo non avesse compromesso l’incontro.Silenzio. Poi, senza alzare lo sguardo: «Sei in ritardo di due minuti. Le quindici precise sono le quindici precise.» La sua voce era sorprendentemente profonda e controllata per una ragazzina.E lì, un’intuizione gelida mi attraversò la mente: non era una quattordicenne. Non davvero. I tratti del viso, la compostezza, la serietà dello sguardo… qualcosa non quadrava. Avrebbe avuto almeno venticinque anni, forse di più, come poi avrei scoperto. Si fingeva un’adolescente per mimetizzarsi nella folla, per rendersi invisibile ai sistemi di sorveglianza, ai droni discreti che ronzavano sopra il campo. Una vera ghost.E io, infiltrato in questo scenario banale di genitori distratti e giovani promesse del calcio, mi trovavo di fronte a qualcosa di molto più complesso di una semplice cellula operativa. Quella donna era un nodo cruciale di un’operazione clandestina che poteva destabilizzare l’equilibrio di mezza Europa. La mia “compromissione” era un vecchio favore non ripagato, un debito che mi aveva legato a questa missione senza darmi scelta.Eppure, in quel momento, l’unica cosa che mi disse, con una calma inquietante, fu: «Se mi segui, o se ti fermi, sei già morto. Scegli.» La seguii.Ci muovemmo con circospezione attraverso il retro del centro sportivo, rasentando una teoria di cassonetti maleodoranti di sudore e cloro. Nessuno sembrò notarci, o forse preferì non farlo. Lei camminava con passi brevi ma decisi, il portatile nascosto in uno zaino sgargiante con l’immagine di un unicorno, come una studentessa che torna a casa dopo la scuola. Ma sotto i jeans larghi, intravidi la sagoma inequivocabile di un fodero di cuoio legato alla coscia. Un’arma, non un accessorio da ragazzina.Attraversammo un cancello che cigolò sinistramente, quasi un presagio, e scendemmo una rampa di cemento sconnessa verso un’autorimessa sotterranea abbandonata. Le luci al neon tremolavano fiocamente, proiettando ombre danzanti sulle pareti umide. Lì, dietro una saracinesca di ferro arrugginito che gemeva come un lamento, si celava il rifugio. La ragazza avvicinò gli occhi a quello che sembrava un lucchetto, e si attivò la scansione della retina. La saracinesca si aprì.Tre figure ci attendevano nell’oscurità. I loro sguardi si fissarono su di me, carichi di una silenziosa valutazione.Il primo era un uomo anziano. Sessant’anni portati male, il volto segnato da rughe profonde come solchi, ma con occhi di un azzurro gelido che avevano visto troppa violenza per invecchiare normalmente. Indossava una camicia militare sbiadita, pantaloni da lavoro robusti e un auricolare sottile che sembrava rubato a un film di spionaggio. Lo chiamavano il Professore, un soprannome ironico per un uomo che non dispensava lezioni, ma impartiva ordini secchi e definitivi. Si diceva fosse un ex agente del SISMI, congedato anni prima per “metodi operativi non convenzionali”. Tradotto: sparare prima, fare domande dopo.La seconda era una donna sulla quarantina, con i capelli rasati ai lati del capo, lasciando una cresta scura sulla sommità, e una cicatrice sottile che le solcava il sopracciglio sinistro, un ricordo indelebile di un passato turbolento. Si presentava come Nora, ma il suo vero nome era criptato nei database della CIA sotto l’etichetta “Person of interest – Red level”. Era una maestra nell’infiltrazione psicologica, capace di manipolare le menti con la stessa precisione di un chirurgo. Aveva trascorso mesi in incognito in una setta religiosa isolata tra le Dolomiti, minandone le fondamenta dall’interno fino al suo collasso. Il suo sorriso era raro, la sua parola ancora più preziosa.Il terzo era un ragazzo, non più di diciotto anni, con una maglietta stampata con un drone stilizzato e le dita che tamburellavano incessantemente su un tablet spento. Lo chiamavano Lux. Era il mago dell’informatica del gruppo, l’unico in grado di penetrare i firewall dei ministeri senza lasciare tracce digitali. Affermava di soffrire di una forma di autismo ad alto funzionamento, ma forse era solo troppo intelligente per tollerare la stupidità del mondo circostante.La ragazza che mi aveva guidato fin lì, che si presentò come Maya – un nome che suonava troppo semplice per essere vero – si sedette su una sedia sgangherata e aprì il portatile. Lo schermo illuminò il volto di tutti con una luce fredda, proiettando una mappa dettagliata di una zona a est di Milano. Nomi in codice, rotte di spostamento evidenziate, immagini sgranate catturate da droni furtivi. Era una rete complessa, una ragnatela di connessioni oscure.Il Professore ruppe il silenzio con la sua voce roca: «Benvenuto nella tana, agente. Non sei qui per caso. Se sei arrivato fin qui, è perché il tuo coinvolgimento è già profondo, forse irreversibile. La cellula che stai cercando… non è un’entità singola. È un’idra dalle molte teste. E una di queste ha radici qui a Saronno. Un preparatore atletico di una squadra giovanile locale. Ex paracadutista con un passato nei corpi speciali. Ha trasformato i suoi giovani atleti in un vero e proprio laboratorio di indottrinamento. Lo chiamano Mentore.»Maya chiuse il portatile con uno schiocco metallico. «E domani porterà i suoi ragazzi in gita in Svizzera. Ma non tutti faranno ritorno a casa.»Un nodo mi strinse la gola. L’aria densa e umida del bunker sembrava opprimermi il petto.Lux alzò lo sguardo dal tablet, i suoi occhi brillavano di un’intelligenza febbrile: «Hai solo ventiquattro ore per infiltrarti. Poi, o sei uno di noi, o sei uno di loro.»Calò un silenzio carico di tensione.Poi, la voce grave del Professore ruppe di nuovo l’oscurità: «Dimentica la tua copertura attuale. Da questo momento, sei parte della Squadra G. G come Giano, il dio dalle due facce. Perché da qui in avanti, avrai due identità. E una di queste dovrai imparare a detestarla.»Il pullman era un relitto su ruote, di un giallo sbiadito che ricordava la senape vecchia, con un sistema di condizionamento che emanava un acre odore di umido e i sedili rivestiti di una finta pelle screpolata. Una striscia di nastro adesivo grigio nascondeva uno strappo nel logoro tappetino, e lo specchietto retrovisore interno oscillava a ogni curva come un pendolo arrugginito.Io ero al volante. Camicia azzurra stirata, occhiali da sole a specchio che riflettevano un’immagine distorta del mondo, una targhetta plastificata appuntata sul taschino con la scritta “GIORGIO – Autolinee Brianza”. Mi avevano fornito una copertura meticolosa. La patente era autentica, il certificato medico recente, persino il pacchetto di gomme da masticare nel cruscotto aveva quel sapore leggermente stantio di chi trascorre ore alla guida senza scambiare una parola.Il Mentore salì per ultimo, occupando il sedile anteriore accanto al mio. Tuta sportiva di una marca anonima, uno sguardo penetrante da sergente maggiore in congedo, un fischietto metallico appeso al collo con un cordino tricolore. Stringeva sotto il braccio una cartellina rigida e un thermos decorato con la bandiera italiana. Era uno di quegli uomini che venerano il tricolore come un’icona sacra, uno di quelli che sembrano aver dimenticato come si ride.Salì, mi squadrò con un’espressione indecifrabile. «Primo viaggio?» La sua voce era un raschio secco. Annuii, mantenendo un tono neutro. «Con voi, sì.» Non aggiunse altro.Partimmo alle 7:05 precise. Ventitré ragazzi seduti in silenzio sui sedili malconci. Tutti tra i dodici e i quattordici anni. Un silenzio innaturale, quasi irreale. Educati, fin troppo educati. Nessuna risata, nessun sussurro, nessun auricolare, nessun piede che scalciava il sedile di fronte. Sembrava di guidare un plotone di giovani reclute. Questo non era un viaggio di una squadra sportiva. Era qualcosa di più sinistro, un addestramento mascherato.Due ore dopo eravamo al confine svizzero. Nessun controllo approfondito, grazie a Lux che aveva temporaneamente deviato i protocolli doganali, creando un’ombra nel sistema. Io seguivo la strada e il piano che avevamo elaborato. Conoscevo ogni dettaglio: le soste previste, il percorso minuziosamente studiato, persino le abitudini del Mentore durante i viaggi. Il mio compito era far sembrare la sua morte un tragico incidente, un guasto meccanico improvviso, una fatale distrazione.Il luogo designato era un tratto in discesa serpeggiante dopo una galleria, in prossimità del lago di Sihlsee. Una curva cieca, protetta da guardrail arrugginiti e apparentemente fragili, nessuna telecamera di sorveglianza visibile. Se il pullman avesse avuto un problema in quel punto, se il Mentore fosse sceso per ispezionare e fosse scivolato giù per il ripido pendio… beh, sarebbe stata una tragedia. Ma, agli occhi di un osservatore esterno, plausibile.Alle 11:42, eravamo a circa un chilometro dal punto prestabilito. Simulando un’improvvisa perdita di potenza del motore, rallentai gradualmente la corsa del pullman. L’oscurità della galleria ci inghiottì. Maya, anche lei infiltrata come accompagnatrice di un’inesistente agenzia viaggi e seduta nei sedili posteriori, incrociò il mio sguardo nello specchietto retrovisore. Era il segnale convenuto.Poi, proprio quando tutto sembrava allineato per il compiersi del piano, uno dei ragazzi si alzò in piedi.Non un ragazzo qualunque. Era quello con la maglia numero 10. Alto per la sua età, con lineamenti del viso che suggerivano una maturità precoce e un accento di Bergamo che cercava, senza successo, di mascherare.«Si fermi. C’è qualcosa che non va.» La sua voce era sorprendentemente ferma e sicura.Il Mentore si voltò di scatto, un’ombra di irritazione che gli incupiva lo sguardo. «Siediti, Brambilla. Non sei tu a dare ordini.»«No, signore. Ma so riconoscere la strada per il ritiro. Questa non è quella giusta.»E in quell’istante, compresi la portata del pericolo. Non era solo il Mentore a rappresentare una minaccia. Anche uno dei suoi giovani adepti aveva intuito qualcosa.Il numero dieci era immobile al centro del corridoio, la sua figura sottile ma tesa. I suoi occhi, insolitamente penetranti per un ragazzino, sembravano scrutare oltre la mia maschera. Come se sapesse già parte della verità.Il Mentore si girò di scatto verso di me, il suo volto contratto dalla rabbia. «Fermati. Immediatamente.»Clic.Disattivai il freno motore, fingendo di assecondare il suo ordine.Ma era troppo tardi.Il numero dieci era già al mio fianco, con una rapidità sorprendente. «Bella corsa, autista. Ma è finita qui.»Tentò di afferrare il volante. Reagii d’istinto, con una gomitata precisa allo sterno. Il pullman sbandò violentemente verso sinistra, stridendo sull’asfalto. Un’ondata di urla terrorizzate si propagò dai sedili posteriori. Maya gridò il mio nome, un avvertimento disperato. Il Mentore cercò di alzarsi, ma perse l’equilibrio e un paio di ragazzini gli caddero addosso nella confusione.Con uno sforzo, riuscii a raddrizzare la traiettoria del mezzo. Inchiodai, le gomme urlarono sull’asfalto rovente. Ci fermammo di traverso sulla carreggiata, a pochi metri dal ciglio del burrone.Silenzio. Solo il ticchettio metallico del motore caldo e il battito furioso del mio cuore.Maya si alzò con agilità e corse verso la cabina di guida. «Dobbiamo andare. Subito!»Il Mentore si sollevò lentamente, appoggiandosi a un sedile. Una sottile linea di sangue gli rigava il sopracciglio. Non era morto. Ma lo sarebbe stato se avessi avuto un altro istante.«Chi siete?» La sua voce era un misto di rabbia e crescente paura.Maya mi lanciò un’occhiata carica di significato. «Ha fatto il collegamento. Ci ha riconosciuti.» Forse un dettaglio nella mia reazione, un’esitazione impercettibile, aveva tradito la mia vera identità.Non avevamo più tempo da perdere.Scattai fuori dal pullman, spalancando le porte posteriori con un gesto brusco. Maya mi seguì. Un ragazzino con un’espressione smarrita tentò di sbarrarci la strada. Lo spinsi via con la spalla, senza troppa violenza, quel tanto che bastava a disorientarlo. Ci lanciammo giù per la scarpata scoscesa. Sentivamo sibili intorno a noi, ma nessuno stava sparando. La terra cedeva sotto i nostri piedi, le rocce tagliavano come lame. Maya inciampò due volte, la afferrai per un braccio e la tirai su, la sua mano stretta nella mia come una morsa.Raggiungemmo la riva del lago, nascondendoci dietro un groviglio di cespugli spinosi, proprio mentre il ronzio minaccioso dei droni di sorveglianza dei “ragazzini” – ecco cosa erano quei sibili, colpi sparati dai droni – cominciava a farsi più intenso nell’aria.«Lux!» sibilai concitatamente nel microfono miniaturizzato nascosto nel colletto della camicia. «Punto di recupero 43. Immediatamente. Il piano è fallito. Siamo entrambi compromessi.»Un silenzio teso di due secondi. Poi, la voce sintetica e stranamente calma di Lux rispose: «Ricevuto. Punto 43. Due minuti.»Maya tremava leggermente. Forse per il freddo umido che saliva dal lago, forse per la scarica di adrenalina che ancora le percorreva il corpo. Mi guardò con occhi increduli, una domanda silenziosa dipinta sul volto.«Potevi lasciarmi indietro,» sussurrò. «Potevi salvarti da solo.»Le rivolsi un sorriso amaro. «E perdere l’unica persona sveglia? No, grazie.»Lei abbozzò un sorriso incerto. Piano. Ma era la prima risata autentica che le sentivo da settimane. «Ti devo la vita.»Due minuti esatti dopo, un gommone mimetico color fango emerse silenziosamente dalla foschia che velava la superficie del lago, il motore elettrico un sussurro impercettibile. Ci allontanammo dalla riva nel silenzio ovattato delle Alpi, lasciando alle nostre spalle il caos e l’incertezza.Il Mentore era ancora vivo. Il numero dieci pure. Ma adesso anche noi avevamo visto abbastanza. Avevamo toccato con mano il livello di indottrinamento e la pericolosità di quella rete.E Maya, da quel momento, smise di essere un semplice contatto. Diventò una partner a tutti gli effetti.

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C’è un punto che mi lascia perplesso: anche se i jeans sono larghi, in caso si debba estrarre in fretta la pistola sono sempre un po’ scomodi. Suggerisco una minigonna.

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