Le navi distillatrici per le colonie italiane

Fonte: italiacoloniale.com

October 26, 2022

Trascrivo qui sotto un interessante articolo tratto dal sito ITALIA COLONIALE. Indipendentemente da ciò che ognuno di noi possa pensare o non pensare del colonialismo, la tecnologia che fu a suo tempo sviluppata dagli italiani è interessante ancora oggi. Evidentemente le tecniche di dissalazione sono diverse, ma l’idea potrebbe essere valida ancora oggi: l’Italia ha 7914 km di coste, avere a disposizione risorse mobili per la dissalazione potrebbe avere senso, così come avere una nave ospedale da utilizzare in luoghi diversi in caso di calamità o di epidemia. Un argomento su cui vale la pena di riflettere:

Il problema dell’approvvigionamento dell’acqua ha sempre afflitto tutti i territori coloniali: a volte era troppo poca e a volte era troppa ma fangosa e inutilizzabile per alimentare le caldaie industriali, ferroviarie e navali.
Naturalmente era necessaria acqua potabile anche per gli uomini e i quadrupedi (non si dice “bere come un cammello”?).

Se non altro, poiché nelle nostre forze armate l’alcool non era proibito, il vino contribuiva non poco alla necessità di liquidi, anche se un conto è un fiasco di Chianti per una refezione sotto la tenda e un conto doversi idratare durante una marcia…

L’acqua minerale e le bibite furono distribuite molto tardivamente, con parsimonia e non a tutti i reparti.
Dove i territori si affacciavano sul mare come l‘Eritrea e la Libia si ricorse a un espediente già collaudato in altri paesi, cioè alle navi distillatrici che avevano anche il vantaggio di poter essere spostate là dove ce n’era bisogno e potevano contare su una riserva inesauribile di acqua salata a cui rifornirsi.
L’uso dei distillatori era diffuso nell’ambiente navale fin dai tempi più remoti sfruttando il semplice calore solare a cui seguirono i distillatori a fuoco, ma il rendimento era minimo e si poteva a malapena dissetare l’equipaggio.
Naturalmente in una nave moderna il calore necessario ai dissalatori era fornito in abbondanza dalle stesse macchine e negli spazi lasciati disponibili nelle stive o dalle attrezzature militari smontate venivano installati serbatoi e pompe per l’acqua che poi veniva distribuita alle altre unità o inviata a terra.

In genere a questo compito erano destinati scafi vecchi che non erano più idonei al normale servizio militare o commerciale che venivano trasformati rendendo ancora un utile periodo di servizio.

La prima nave distillatrice italiana fu l’Eridano, un vecchio trasporto inglese che fu acquistato a Suakin nel 1885 per le prime necessità della colonia Eritrea.
S’è appena detto che l’Eridano era “vecchio” e infatti risaliva nientemeno che al 1856, ma qualcuno si accorse che in realtà, a dispetto della sua età, non era un rottame, anzi… Fu quindi rimpatriato e riconvertito come nave trasporto.

Infatti, dopo aver reso utili servizi alla Regia Marina per una ventina d’anni, concluse la sua esistenza a Bari come nave asilo per orfanelli venendo affondato, quasi centenario, durante un bombardamento nella seconda guerra mondiale.
Lo sostituì nel 1887 la nave Europa, capace di produrre 65 tonnellate d’acqua al giorno e anche il ghiaccio, il cui equipaggio fu aumentato con due macchinisti e sette fuochisti per il servizio ai forni distillatori, ma l’arrivo del Corpo Speciale d’Africa rese necessario noleggiare altre due navi distillatrici inglesi ribattezzate Tevere e Magra, con una potenzialità rispettivamente di 230 e 50 tonnellate.
Negli anni il problema degli approvvigionamenti idrici sembra risolto con queste unità e, più tardi, nel 1914 a Massaua fu inaugurato il nuovo acquedotto di Dogali mentre a Mogadiscio ne fu costruito un altro, però modestissimo, che serviva solo gli europei. A Massaua aveva la sua base anche una consistente flottiglia di navi cisterna militari per i rifornimenti alle località minori disseminate lungo le coste del Corno d’Africa e della Somalia.

Durante l’occupazione della Libia nel 1911-12 fu allestito come nave distillatrice a Genova l’incrociatore Bausan, altra vecchia unità alla quale fu smontato l’armamento pesante e su cui furono installati dissalatori in grado di produrre giornalmente, con le sue grosse caldaie da incrociatore, ben 250 tonnellate d’acqua. Venne ormeggiata a Tobruk mantenendo efficienti le armi leggere – i grossi calibri non servivano – così che, anche se ferma in porto, poteva appoggiare con i suoi tiri le operazioni dell’esercito nei dintorni dalla città.
Naturalmente la situazione degli approvvigionamenti in Eritrea divenne esplosiva quando l’occupazione dell’Etiopia nel 1935-36 moltiplicò le truppe e i lavoratori civili impegnati nella guerra.
Venne destinata a Massaua una navi
trasporto di provenienza civile ed equipaggiata con apparecchi moderni e di grande rendimento: il Città di Siracusa, un grosso e veloce piroscafo già delle Ferrovie dello Stato che era stato trasformato in distillatore fin dal 1931 in previsione di interventi di emergenza in grado di erogare 200 tonnellate giornaliere di acqua potabile.
Fu utilizzato fino al 1938 quando il normalizzarsi della situazione lo rese superfluo venendo poi radiato e demolito.
La storia delle navi italiane finisce qui, ma non quella delle navi distillatrici in generale.
Ovviamente non si tratta più di adattare qualche unità per rifornire truppe o popolazioni coloniali, ma sono modernissimi gioielli tecnologici la cui opera è ancora molto richiesta in appoggio delle piattaforme petrolifere che sorgono in mare aperto lontano dalla costa e dove l’acqua potabile è indispensabile per il funzionamento delle loro apparecchiature di estrazione.

di Guglielmo Evangelista

Lascia un commento