Africa e colonialismo

L’Africa ha tuttora una forte struttura basata su etnie e tribù, cui si aggiungono i problemi dei singoli stati, e questo piega l’instabilità di alcuni paesi, acuita da pressioni ed interventi esterni.

Prendersela con il colonialismo è facile ed è anche di moda, ma molti problemi hanno radici più antiche. Un grande errore fu fatto, da parte delle potenze europee, al Congresso di Berlino (1878), quando le frontiere delle varie colonie furono definite limitandosi a tracciare linee sulla mappa senza tenere in alcun conto le storia e le aree etniche e linguistiche, che forse al momento non erano neanche conosciute, e poi nel 1960, quando forse si sarebbe dovuto pensare di più prima di agire, la decisione delle organizzazioni internazionali fu quella di mantenere le frontiere ereditate dal colonialismo. Dobbiamo tuttavia considerare che molti stati dell’Africa, sia occidentale che orientale, hanno imboccato una decorosa strada di sviluppo umano ed economico, per altri purtroppo la situazione è molto diversa. Purtroppo non tutti.

Per quanto concerne il colonialismo, nessun fenomeno storico può essere definito con una sola parola. In primo luogo si tratta di definire di quale colonialismo stiamo parlando, normalmente con tale termine si fa’ riferimento supponiamo al colonialismo europeo dal XVIII al XX secolo, in particolare ma non solo in Africa.

Le nazioni europee attive in tale campo, con obiettivi e metodi completamente diversi, sono stati Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania, Belgio, Spagna e Portogallo. Mi limito ad alcune considerazioni sul colonialismo italiano e sul ricordo che esso ha lasciato nelle popolazioni colonizzate.

Il colonialismo italiano era progettato come colonialismo di popolamento con lo scopo di trasformare, nel medio o lungo periodo, le colonie in territorio metropolitano assimilando le popolazioni locali e concedendo loro una cittadinanza italiana (magari in serie  B). In realtà alle famiglie di veri e propri coloni veri si affiancarono lavoratori transitori, il cui scopo era raggiungere un determinato obiettivo economico e poi rientrare in Italia.

In Libia, paese che ho conosciuto bene negli anni ’80, gli italiani hanno lasciato un buon ricordo in Tripolitania ed uno peggiore in Cirenaica, le zone centrali delle città libiche sembrano (a almeno sembravano, negli anni 80) città italiane e molti libici, anche giovani,  parlavano un buon italiano (in Tripolitania, meno in Cirenaica).

Credo che lo stesso di possa dire vale per l’Eritrea e per la Somalia, paesi che non ho avuto modo di conoscere; in Etiopia la presenza italiana è stata effimera, tuttavia so che al suo rientro fu lo stesso Negus a proteggere i coloni italiani ed a chiedere loro di restare per collaborare alla costruzione del paese.  

Non sono in grado di dire se, qualora il colonialismo non fosse esistito, i paesi africani oggi starebbero meglio o peggio perché questa è ucronia, cioè pura fantasia; quello che posso dire tuttavia, sempre con riferimento al colonialismo italiano, è che esso non è stato un colonialismo predatorio – anche se possono aver avuto luogo alcuni episodi di sfruttamento e che alcune infrastrutture coloniali sono ancora oggi in funzione.

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